zero K

zero K

Intervista doppia a the Saba Sisters Readers sul romanzo zero K di Don DeLillo – Einaudi Editore.

Come sempre prima il riassunto della trama, questa volta tratto dal sito web di Einaudi Editore.

Il padre di Jeffrey Lockhart, Ross, è un magnate della finanza sulla sessantina, con una moglie piú giovane, Artis Martineau, gravemente malata. Ross è uno dei finanziatori di Convergence, un’azienda tecnologica con una futuristica sede ultrasegreta nel deserto del Kazakistan. Attraverso le ricerche biomediche e le nuove tecnologie informatiche, a Convergence possono conservare i corpi e le coscienze fino al giorno in cui la medicina potrà guarire ogni malattia. Decidono cosí di affidarsi a Convergence: prima Artis poi lo stesso Ross, incapace di continuare a vivere senza l’amata compagna. Cosí Jeff si riunisce con il padre e la moglie per quello che sembra un addio – o forse un arrivederci. Jeff è turbato: non capisce se a Ross è stato fatto il lavaggio del cervello dagli uomini di Convergence (un gruppo che ha non poco in comune con una setta religiosa o un manipolo di body artist) oppure se è la decisione consapevole e radicale di un uomo tanto ricco e potente che ha deciso di possedere anche la morte. Ma questa è anche l’occasione per ristabilire un rapporto – ammesso che non sia troppo tardi – con il padre: una relazione incrinata anni prima, quando il genitore decise di lasciare la madre di Jeff.

1. La tua reazione all’incipit “Tutti vogliono possedere la fine del mondo“?
PAOLA
Ho pensato che ancora una volta avremmo affrontato temi “caldi”, come la morte, i disastri ecologici, le catastrofi naturali, il futuro, temi sempre molto cari a DeLillo.

AMINA
Un indizio del fatto che avevo tra le mani un libro che mi avrebbe fatto riflettere sull’esistenza, sulla mia esistenza; cosa che ho sempre amato fare.

2. Dai un voto alla trama e spiegalo
PAOLA
6/10
DeLillo scrive magnificamente, ha sempre una visione futuribile e avanzata del mondo reale (l’ecologia della disoccupazione è già un tema interessante, ad esempio), sa creare personaggi molto forti o molto fragili, ma…gira sempre intorno al cuore delle cose, non si spinge mai oltre, non azzarda mai una risposta alle domande esistenziali e questo mi lascia sempre un senso di incompiutezza che da un uomo di 80 accetto poco volentieri, mi aspetto sempre un pizzico di saggezza in più.

AMINA
8/10
Il voto è per la completezza con cui DeLillo ha scritto i dialoghi per descrivere la soluzione proposta per rispondere al desiderio folle -‘folle’ secondo me- di alcuni molti di possedere la fine del mondo. Non è fantascienza, lo so, e prova ne è la notizia di qualche giorno fa del verdetto di un giudice di Londra sulla richiesta di ibernazione post mortem di una quattordicenne malata terminale di cancro ‘nella speranza di essere un giorno risvegliata e guarita con nuove cure’ (link qui); ma DeLillo è andato oltre creando un personaggio disposto a sottoporsi alla sospensione criogenica pur non avendo alcuna malattia, un ‘messaggero’, e non si è tirato indietro nell’affrontare le obiezioni di chi non sente la necessità dell’immortalità corporea. Divago un attimo e ripenso alla canzone dei Queen ‘Who wants to leave forever?’. Le riflessioni che DeLillo, ottantenne, offre con questo libro sono molteplici e proprio per questo metto le mani avanti e chiedo venia se troverete che mi contraddico in qualche risposta. La mia riflessione non finisce con la fine della lettura del libro.

3. Se la trama fosse un quadro, quale sarebbe?
PAOLA
Sarebbe un insieme di quadri, quelli della Cappella Rothko di Houston.

AMINA
Il ‘palcoscenico’ su cui si svolge la trama è stato già concepito come un’opera d’arte ben definita e rivelata nel romanzo. Inoltre, la preferenza di DeLillo per Rothko, come già in Cosmopolis, ritorna anche qui; ma io vedo zero K come un monocromo bianco di Robert Ryman.

4. Lo stile è…
PAOLA
Incalzante nella prima parte, con ambientazioni e situazioni che trasmettono un senso di smarrimento molto forte; nella seconda parte, invece, si perde questo ritmo e lascia maggiore spazio alla quotidianità.

AMINA
Incalzante come già avevo avuto modo di notare in Cosmopolis e quindi si legge tutto d’un fiato se non fosse per l’argomento che richiede di fare una pausa ogni tanto altrimenti si viene travolti da ciò che ci sembra surreale ma che in realtà lo diventerà sempre meno. La scelta delle parole non è mai casuale. Le parole devono ‘definire’, sempre.

5. Frase da citare
PAOLA
È nella natura umana voler sapere di più, sempre di più, sempre di più, – ho detto – ma è anche vero che quello che non sappiamo ci rende umani. E quello che non sappiamo non ha fine.

AMINA
“Solo l’uomo esiste. Le rocce sono, ma non esistono. Gli alberi sono, ma non esistono. I cavalli sono, ma non esistono.”

6. Il personaggio più amato
PAOLA
Nessuno in particolare. Ho provato pena per Artis, soprattutto quando dice “Mi sento una versione artificiale di me stessa. Sono una persona che dovrebbe essere me”. Lo sconforto e lo smarrimento racchiusi in queste affermazioni mi hanno colpita molto. D’altronde “Lei sarebbe morta per induzione chimica, in una camera sotterranea con la temperatura sotto lo zero, tramite procedure precisissime guidate da un delirio collettivo, dalla superstizione, dall’arroganza, dall’autoinganno”. E poi, il capitoletto che porta il suo nome, collocato a metà del libro, mi ha ricordato la stessa tecnica usata da Faulkner in “Mentre morivo”, quando a metà lettura ci si imbatte in Addie Bundren, colei che sta morendo e, mentre osserva dalla finestra uno dei figli che costruisce la sua bara, riflette sulla sua vita e si racconta.

AMINA
Jeffrey perché è quello che dà voce a quelle che potrebbero essere le mie obiezioni nei confronti della possibilità ‘dell’eterno rigenerarsi’ e perché ho empatizzato con la sua ‘schifiltosità’ e tutte le sue abitudini manie tranne quella relativa alle camicie; io ne avrei comprata una nuova… 😉

7. Il personaggio meno amato
PAOLA
Madeleine, la madre di Jeff, e le sue manie.

AMINA
I gemelli Stenmark, i ‘visionari buffoni’.

8. Il finale è…
PAOLA
L’intero disco solare, che inondava di luce le vie e illuminava le torri alla nostra destra e alla nostra sinistra; mi sono detto che quello che il bambino vedeva non era il cielo che ci crollava addosso: lui sperimentava il più vero senso di stupore nell’ultimo contatto tra la terra e il sole (…) Non avevo bisogno della luce del paradiso. Mi bastavano le grida di meraviglia del bambino
Credo che DeLillo sia un inguaribile ottimista poiché anche Rumore bianco si chiude con un bambino e un tramonto, segni di speranza.

AMINA
Uno sguardo capace di amore incondizionato.

9. Che ne pensi del titolo? È attinente?
PAOLA
Si, certo. zero K è proprio l’unità speciale dove gli individui (ricchi, anzi, ricchissimi), che hanno scelto di sottoporsi alla crioconservazione , vengono condotti e “conservati”.

AMINA
Sì, e viene spiegato nel capitolo decimo.

10. Hai trovato parole che non conoscevi?
PAOLA
Quelle tecniche, legate appunto alla crioconservazione.

AMINA
No.

11. Ti ha ispirato un libro da leggere, dopo questo?
PAOLA
In realtà no. Sono andata a rileggermi il finale di Rumore bianco, romanzo da lui pubblicato nel 1985.

AMINA
Mi ha fatto venire voglia di approfondire la conoscenza dello scrittore Witold Gombrowicz che non conosco e del quale è stato citato solo il nome in questo romanzo.

12. A chi lo consiglieresti?
PAOLA
A chi non si deprime facilmente, a chi non si aspetta delle risposte ma si accontenta di porre la domanda.

AMINA
Questa volta non è semplice nel senso che lo consiglierei a tutti; mi rendo però conto che se uno non è ‘abituato’ a pensare alla fugacità dell’esistenza e alla morte in maniera ‘serena’ questo romanzo gli potrebbe mettere un po’ d’ansia perché, come dire?, ho paura che sia ‘visionario’ come lo è stato 1984 di Orwell. Sarei curiosa però di sapere l’impressione che un libro come questo suscita in un ‘millenial’ (ne ho in mente uno in particolare; magari glielo suggerisco).

13. C’è una morale secondo te?
PAOLA
Una pretesa, forse, più che una morale, quella che sia possibile annientare la morte. A un certo punto si legge questa frase: “Noi vogliamo ampliare i confini di ciò che significa essere umani – ampliarli per poi superarli. Vogliamo fare tutto quello che è nelle nostre facoltà per cambiare il pensiero umano e manipolare le energie della civiltà” L’uomo al centro del mondo, l’uomo al centro dell’universo, l’uomo che spera di piegare la realtà ai suoi bisogni e ai suoi desideri, anche quando questi sono indotti e frutto di manipolazioni altrui.

AMINA
Forse una potrebbe essere la necessità di una nuova percezione della realtà che faccia vedere le cose nella loro ‘brillantezza’ come è accaduto ad Artis, subito dopo l’operazione ad un occhio. Preferibilmente – aggiungo io – non ricorrendo alla criogenesi.

14. Su quale supporto lo hai letto
PAOLA
In versione e-book

AMINA
E-book

15. Altro?
PAOLA
Ho letto anche Rumore bianco e Cosmopolis di DeLillo. Rimango dell’idea che Eric Packer, il protagonista di Cosmopolis, sia il suo personaggio più riuscito. In Rumore Bianco (1985) DeLillo affronta il tema della morte ma la esorcizza con un bel tramonto, un giro consolatorio al supermercato dei protagonisti, come un invito a non pensarci troppo; in Cosmopolis (2003), la stessa paura della morte viene affrontata attraverso la “mania del controllo” del suo potentissimo e ricchissimo protagonista, un accumulatore di denaro e di successi, ma un imprevisto vanificherà tutti i suoi sforzi; in zero K persiste la paura della fine, la morte è un fatto, un dato con cui bisogna fare i conti e la soluzione sarebbe “anticiparla”. Il fatto è che, anche questa volta, DeLillo, come ho detto all’inizio, DeLillo ci gira intorno…ci gira intorno…e, come già fece in Rumore Bianco, non si spinge più in là di un bel tramonto finale.

AMINA
Il monologo di Artis Martineau nella parte centrale del romanzo è poesia, secondo me. Mi piace credere che tra le righe della voce didascalica fuori campo si nasconda il pensiero di DeLillo rispetto all’argomento trattato. L’io è quando non c’è più l’ego e di ciò possiamo prenderne piena consapevolezza nell’isolamento. E di nuovo io mi auspico ‘quell’isolamento’ non necessariamente in una ‘capsula’ da ibernazione. E qui mi fermo e continuo a riflettere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.