Soggetti profani nella Pinacoteca di Siena

Pinacoteca di Siena: Enea fugge da Troia (1508/9), Girolamo GengaNella scorsa visita alla Pinacoteca di Siena per il ciclo Turisti per casa la nostra guida Lisa Barbagli ha sottoposto alla nostra attenzione quattro opere di soggetto profano che si trovano in questo museo, luogo per eccellenza della pittura di scuola senese del Duecento-Trecento; ma, come ci è stato detto anche nelle visite precedenti, in Pinacoteca troviamo principalmente soggetti religiosi sia perché nel Duecento-Trecento le opere erano commissionate per la maggior parte dalle Chiese e luoghi di culto e sia perché le opere presenti in Pinacoteca provengono dalle diverse soppressioni.

Come di consueto, ecco il mio reportage.

A Siena il tema dei soggetti non religiosi non è banale, così ha esordito la nostra guida Lisa. A Palazzo Pubblico, al Santa Maria della Scala e in Duomo ci sono cicli monumentali non religiosi eseguiti in un’epoca in cui si realizzavano opere quasi esclusivamente religiose. Gli affreschi del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti,  quelli del Pellegrinaio per la maggior parte eseguiti da Domenico di Bartolo parlano di se stessi come anche gli affreschi della Libreria Piccolomini all’interno del Duomo eseguiti dal Pinturicchio dove il soggetto è profano in quanto non si celebra l’uomo vescovo diventato cardinale e poi papa ma la casata.

Caratteristica di questi tre cicli di epoche diverse non è solo il fatto di essere non religiosi ma che guardano direttamente alla realtà. Nel Buon Governo è Siena la città rappresentata, al Santa Maria della Scala è l’ospedale che celebra se stesso così come nella Libreria Piccolomini la celebrazione non è indiretta. Questo aspetto non religioso impregna tante cose nella vita della città come ad esempio il Duomo, chiesa della devozione mariana  con i colori bianco e nero della balzana, stemma di Siena.

Le opere non religiose in Pinacoteca sono soggetti tratti dal mondo antico, greco e romano, che servono ad una rappresentazione indiretta nel senso: io committente che pago l’artista voglio celebrare indirettamente me stesso.

La prima sosta è stata nella Sala 23 dove in un angolo, che sfido io venga apprezzato nel suo valore dai visitatori quotidiani, si trovano due dipinti di Girolamo Genga; nella parete a destra Enea fugge da Troia e nella parete a sinistra Il figlio di Quinto Fabio Massimo riscatta da Annibale i prigionieri romani, entrambi del 1508-9. Fanno parte dell’insieme anche le due paraste lignee addossate agli angoli delle pareti laterali.

I due dipinti sono di medie dimensioni con cornice non contemporanea. Si tratta di due affreschi staccati insieme alle paraste intagliate che rappresentano ben poca cosa di una decorazione importantissima che in città non c’è più e cioè il gabinetto del palazzo del Magnifico Pandolfo Petrucci in via dei Pellegrini.

Pandolfo Petrucci fu una personalità importante a fine Quattrocento inizi Cinquecento perchè fece a Siena, anche se in scala minore, quello che stavano facendo i Medici. Costruisce il suo potere sul prestigio. Fa parte della Balia, l’organo più importante; ma attraverso una serie di cose riesce ad avere il potere della città. La sua idea era di lasciare alle generazioni future il suo potere ma la Signoria muore insieme a lui forse perché il figlio non era adatto. Pandolfo veniva dalla mercatura quindi era un abile uomo d’affari e politico che aveva capito che per costruire il suo potere, tra le altre cose ad esempio, i figli dovevano fare un buon matrimonio e infatti la figlia andò in sposa a Sigismomdo Chigi (fratello di Agostino Chigi, il banchiere dei papi a Roma) nato in via del Casato a Siena e nel 1509 il figlio sposa una Piccolomini.

Pandolfo capisce che il suo prestigio nella città ha a che fare anche con le commissioni artistiche che lui paga e allora fa decorare tutte le sale del suo Palazzo ed in particolare il gabinetto. La sala adibita a gabinetto è di circa sei metri per venti quindi non gigantesca; era una stanza tipo studiolo ma più monumentale. Era il luogo dove Pandolfo riceveva ufficialmente. Oggi però non è rimasto quasi niente e per poter immaginare com’era dobbiamo fare un’operazione di astrazione.

Il soffitto infatti è al Metropolitan Museum di New York dal 1922. Le mattonelle del pavimento erano tutte in maiolica e si trova ora diviso tra Berlino, Parigi e Londra. In esso è riportato lo stemma Petrucci Piccolomini decorato a grottesca, molto in voga all’epoca; quella decorazione cioè utilizzata nella domus aurea di Nerone rimasta nascosta dopo l’incendio e riscoperta per l’appunto nel Cinquecento. E poi doveva esserci l’arredo ligneo costituito anche dalle cassapanche e dalle paraste che dividevano la spartizione degli affreschi di cui due del Signorelli e uno del Pinturicchio oggi sono a Londra, due sono stati scialbati, uno è andato perduto e due sono qui in Pinacoteca, quelli appunto di Girolamo Genga. C’è una concezione all’antica di ogni centimetro quadrato fin’anche del soffitto che riproduceva le spartizioni della domus aurea. Pandolfo aveva bisogno di costruire un prestigio intorno alla sua casata. Deve aver fatto un discorso del tipo: parto mercante e arrivo granduca ma devo consolidare il prestigio che c’è intorno a me chiamando gli artisti giusti. Antonio Barili è l’autore degli intagli in legno delle paraste. Gli intagliatori erano gli artisti che più facilmente diffondevano gli stilemi. All’archivio di stato di Siena c’è un documento del 1521 di un certo Ventura di Tura, intagliatore, in cui egli fa una supplica ai Signori della città perché è ridotto così male da aver bisogno di una piccola provisioncella e per averla egli vuole mettere in evidenza che ha fatto cose importanti per la città, che ha lavorato tanto per diffondere in questa città un linguaggio all’antica. Forse esagera; ma a noi ci interessa perché queste paraste ci fanno vedere un linguaggio aggiornatissimo di quello che stava succedendo a Roma, che aveva a che fare con tanti artisti tra i quali anche il senese Baldasserre Peruzzi.

Pinacoteca di Siena: paraste lignee di Antonio Barilli

Gli episodi rappresentati nei due dipinti presenti in Pinacoteca appartengono a storie del mondo antico. In questo caso non si seglie una autocelebrazione diretta. Pandolfo non poteva farlo perché la sua politica era concentrata sul fatto che lui era il campione della difesa della Repubblica di Siena.

Girolamo Genga, urbinate, era stato a Roma e quindi era aggiornato. Arriva a Siena che non è un artista provinciale. Pandolfo sembra amare artisti non senesi. A quei tempi, il mecenate aveva sempre dietro personaggi di grande levatura che conoscevano i grandi testi da dove poter ricavare idee per grandi cicli.

Nel dipinto Il figlio di Quinto Fabio Massimo riscatta da Annibale i prigionieri romani siamo al tempo della seconda guerra punica, Quinto Fabio Massimo e Annibale vogliono fare un accordo per il riscatto dei prigionieri solo che quelli romani sono di più e quindi Annibale chiede l’equivalente in denaro.  Fabio Massimo si rivolge al Senato senza successo e quindi vende le sue proprietà e manda il figlio a trattare il riscatto.Perché questa scena? cosa vuol dire? come anche quella di Enea fugge da Troia? non lo sappiamo. A posteriori dobbiamo cercare di trovare il nesso tra tutti gli elememti decorativi. Niente era dettato dal caso. Noi dobbiamo interpretarlo a posteriori perché i nessi si sono dispersi, ben consapevoli del fatto che dietro c’era una grande cultura erudita. Qualcuno ha cercato di leggerli nell’insieme legati alle vicende politiche di Pandolfo; successivamente invece ci si è concentrati sull’occasione di questa decorazione quindi del matrimonio del figlio per cui il senso che se ne ricava è quello di esaltare la famiglia.

Poi  cosa succede? che nel corso dei secoli in parte gli affreschi perdono di valore; in certe epoche, come nel Seicento e Settecento, non sempre vengono considerati come qualcosa di sublime. Questi affreschi ancora non risentono delle novita raffaellesche. Siamo un attimo prima. Successivamente a questi dipinti, il Genga si aggiornerà tantissimo rispetto alle novità di Raffaello. E’ molto moderna l’ideazione di  dedicare all’antico questo ambiente, il gabinetto, in ogni sua componente; ma non lo stile perche con le novità raffaellesche tutto lo stile precedente diventa vecchio e a questo poi si aggiunge la speculazione; infatti il Palazzo è stato parcellizzato e venduto.

La seconda sosta è nella Sala 27. Qui siamo un decennio dopo. Andrea Piccinelli detto il Brescianino di bresciano ha molto poco; infatti la sua è una formazione fiorentina.  Le figure erano state identificate con le virtù teologali Fede, Speranza e Carità secondo la tradizione  e costituivano una spalliera, quindi la destinazione è profana. Molto spesso infatti nella decorazione delle camere erano inseriti soggetti come questo che dovevano alludere a virtù muliebri perche la camera era luogo dove la donna riceveva ed in effetti qui mi torna in mente il soggetto della Natività della Madonna oggetto della visita guidata per Turisti per casa dedicata alla moda nell’arte del Tre-Quattrocento dove la camera di Sant’Anna è affollata di amiche in visita come accadeva nella contemporaneità quando una donna partoriva.

Ma guardandole meglio del dettaglio si nota che la figura di mezzo identificata con la Fede in realtà rappresenta Lucrezia romana, un soggetto proveniente dal mondo antico. Ancora non è chiara l’interpretazione. Qualcuno ha pensato che la Fede manchi in questo ciclo e che in realtà si trattasse delle virtù cardinali e quindi questa figura di donna con una spada poteva raffigurare la fortezza. Lucrezia di solito è rappresentata come simbolo della pudicizia. La fonte è Livio. Il suicidio di Lucrezia e importantissimo perché segna il passaggio di Roma come monarchia a Roma repubblicana. Lucrezia viene oltraggiata da Tarquinio il Superbo. E’ un soggetto che si presta a tante rappresentazioni, muliebre e anche repubblicana. Livio però è l’unico che racconta che Lucrezia si suicidia circondata da quattro persone: il padre, il marito e altre due alle quali chiede di vendicare quello che lei ha subito, prima di togliersi la vita.

La Carità è rappresentata in modo abbastanza classico; anche la Speranza tranne che per le figure che le sono state messe intorno e che sono state interpretate in modo preciso e non sono state messe lì a caso. Per renderci conto dell‘importanza dei modelli di riferimento la nostra guida Lisa ci ha detto che questa rappresentazione si rifà ad esempio al Tondo Doni di Michelangelo nel quale in primo piano c’è la Sacra Famiglia, poi c’è un muro e dietro a questo muro ci sono uomini nudi che rappresentano la vita dell’uomo prima e dopo la venuta di Cristo. Il Brescianino conosce molto bene Firenze. Era importantissimo essere aggiornati riguardo a tutto quello che si vedeva; dovevano fare i conti con Michelangelo ma non tutti erano in grado di recuperare quello stile lì. Questo è un artista che vede, studia e rielabora Michelangelo. I modelli all’inizio del Cinquecento erano due: il mondo antico e poi i grandi maestri Michelangelo e Raffaello.

Immagine proveniente da Wikipedia.org

Queste spalliere dovevano essere molto frequenti a Siena. Lisa ci ha detto che a Siena ce n’è uno in una collezione privata che è dotato anche di tutta la carpenteria. Anche per questi soggetti si saccheggia molto dal mondo antico. Di solito c’erano figure femminili e nascevano in occasione di matrimoni.

Terza sosta nel Corridoio dove lungo le pareti troviamo Ercole e Onfale di Michel Desubleo; opera del secolo successivo, degli anni quaranta del Seicento, proveniente dal Palazzo del Governatore in Piazza Duomo.

E’ Mattia de’ Medici che si dedica al Palazzo affinché diventi la residenza Medicea più grande dopo quella di Palazzo Pitti a Firenze. Altro momento in cui si presta importanza a questo Palazzo è quando muore Giovanni Gastone de’ Medici, l’ultimo dei Medici, senza avere eredi e tutto passa ai Lorena i quali, uomini dell’illuminismo quindi estremamente razionali, prendono la gran massa di opere che c’erano a Firenze e le redistribuiscono mandandole in parte nelle residenze reali e quindi anche a Siena. Arrivano quindi a Siena una serie di dipinti tra cui questo.

L’artista è si fiammingo ma ha un percorso tutto italiano. Arriva a Roma, si trasferisce a Venezia e poi a Bologna; quindi non ha legami con Siena ma è un’ acquisizione dei Medici.

Il soggetto è tratto dalle vicende di Ercole, intento a filare mentre la regina Onfale indossa la pelle di leone e la clava. Siamo in Tessaglia, il Re Eurito, famoso arciere, ha una bellissima figlia, Iole, e decide di darla in sposa a chi riuscirà a batterlo al tiro con l’arco. Ercole lo batte ma siccome si era già macchiato dell’uccisione dei suoi figli, il Re non gliela dà vinta. Ercole allora se ne va ma succede un fatto e cioè scompaiono delle giovenche  che appartengono al Re il quale attribuisce la colpa a Ercole. Il figlio del Re, Ifito, non crede che sia stato Ercole e va a cercarlo per chiedergli di aiutarlo a cercare gli animali scomparsi; ma Ercole, nell’ennesimo momento di follia, lo butta  giù dalle mura del castello. Ercole allora viene punito. Sconterà la pena facendosi schiavo della regina della Lidia, Onfale. Ercole diviene talmente soggiogato che si fa vestire da donna, si mette a filare e a lei dà i suoi simboli della virilità. Le ancelle, con un po’ di ironia, stanno a guardare.

Il riferimento stilistico è alla scuola bolognese quindi Guido Reni. Non è soltanto la rappresentazione della superiorità della donna sull’uomo; ma anche il contrasto tra l’amore alto e gli istinti più bestiali.

Qui finisce il mio reportage. Si è trattata di una visita interessantissima e grazie a queste visite capisco anche sempre di più come esistano persone, studiosi, che trascorrono la loro vita approfondendo la loro conoscenza magari su un’unica opera d’arte.

L’ultimo appuntamento dell’edizione invernale di Turisti per casa sarà il prossimo 23 febbraio sulla Pala del Beato Agostino Novello di Simone Martini. Appuntamento alle ore 11 in Pinacoteca. Prenotazione necessaria: 3492613881 – 348 6626632.

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