Siena luminosa e policroma

Siena, Il CampoTratto da Siena in cuore, Il Casato di Mario Luzi

Note alla lettura di questo post: le scritte in corsivo appartengono a me.

Mario Luzi ha trascorso tre anni dell’adolescenza a Siena dove ha studiato al Liceo Classico. 

Luzi amava Siena; l’arte di Simone Martini lo aveva folgorato perché gli appariva un arte reale e realistica e al tempo stesso assoluta, concreta e ascendente. 

Questa pagina, che ho avuto modo di leggere nella Mostra Tra Arte e Letteratura. Il ‘900 di Mario Luzi e Alessandro Parronchi al Santa Maria della Scala di Siena, racconta il tragitto da casa a scuola e viceversa di Luzi a Siena.

E’ una gioia leggere la parola che sa descrivere l’anima di un luogo. Non aggiungo altro. Iniziamo questo itinerario Luziano!

Siena è fitta e ordinata; ha alcune piazze e la piazza per eccellenza, Il Campo, ombelico della città: ha parecchie vie e una che ne è la regina: la via di Città dove si trova Palazzo Chigi Saracini sede dell’Accademia Musicale Chigiana a cui fanno capo la maggior parte delle altre e quelle che non lo fanno vagolano in soggezione oblique o parallele rispetto al suo asse.

Siena, Palazzo Chigi Saracini in Via di Città

La via di Città è divisa in segmenti e in denominazioni varie ma è unica da un capo all’altro della dorsale, da Camollia ai Quattro Cantoni e oltre

Siena, Porta Camollia
Siena, Quattro Cantoni

-infatti pur scindendosi a quel punto essa continua di fatto e raggiunge a destra il Duomo e l’Ospedale,

Siena, Duomo

E già, come Ospedale il Santa Maria della Scala è stato aperto fino al 1998; dopodiché è diventato Complesso Museale.

Siena, Antico Ospedale

a sinistra finisce col nome di San Pietro dove si trova la Pinacoteca Nazionale al Piazzale di Sant’Agostino e scende a Porta Tufi,

Siena, Via San Pietro
Siena, Sant'Agostino
Siena, Porta Tufi

a dritto sale a Castelvecchio, il punto più alto, credo, della lunga poggiata urbana per poi ridiscendere diramandosi in vie e viuzze verso San Quirico e verso San Marco.

Siena, Castelvecchio
Siena, interno Chiesa Santi Quirico e Giulitta

Io non so se Luzi ha mai visto l’interno si questa Chiesa dei Santi Quirico e Giulitta. Io l’ho sempre vista chiusa (per alcuni anni ho lavorato lì accanto, all’Istituto Santa Teresa) e ultimamente con dei lavori in corso. Questa foto l’ho scatattata di nascosto agli operai, prima che mi vedessero. Infatti quando poi ho chiesto se potevo fare una foto la risposta è stata ‘no’. In effetti è un po’ pericoloso perché il pavimento è stato tutto smantellato.

Siena, Porta San Marco

Vicoli, salite, volte, valli stringono le maglie della rete e raccolgono i livelli della mossa topografica senza aggrovigliarsi: si pensa più a un tessuto di trama e di ordito fantasiosi che non a una imbrogliata matassa e neppure a un gomitolo. Le piazze, da San Domenico a Provenzano (dove Luzi abitò durante la sua permanenza a Siena),

Siena, San Domenico
Siena, Provenzano

dal Duomo a Salimbeni e Tolomei sono le pupille da cui Siena riceve e dalle quali riflette, sfolgorante dei suoi marmorei scintillamenti, la luce del suo cielo che l’assedia da ogni parte.

Siena, Piazza Duomo
Siena, Piazza Salimbeni
Siena, Piazza Tolomei

Il reticolo delle sue strade la accoglie invece con parsimonia, in molti casi solo nei più alti fastigi si incendia al sole. Tuttavia il riverbero e il riflesso delle incandescenti sommità diffondono una lucentezza anche nei covi e nei ristagni d’ombra.

Sole, ombra: di che stagione sto parlando? I ricordi possono essere minuziosi, ma la memoria mette a fuoco un’immagine univoca, ed è un’immagine luminosa. Dentro Siena dunque luminosa e policroma, la ruga d’ombra e di silenzio formata dal Casato mi è sempre sembrata diversa, forse insanabile. Ai miei anni mi intristiva, mi dava inquietudine e nello stesso tempo mi attraeva come a un suo modo lucente infero. Forse la mente si concentra ora sulla sua parte superiore, il Casato di Sopra, e trascura l’altra meno tetra e solenne, più domestica che sfocia nel Campo.

Siena, Casato di Sopra
Siena, Bocca del Casato

Del resto per lo più tagliavo fuori quella parte, venivo su dalla bassura dell’Onda e salendo per via della Fonte o per via delle Lombarde entravo nel Casato all’altezza del gomito che spezza la sua linearità, la risalivo verso l’alto per andare a Sant’Agostino e al Tolomei.

Siena, Via della Fonte
Siena, Via delle Lombarde
Siena, gomito del Casato
Siena, Convitto Tolomei

Quando ho letto questo testo la prima volta mi è sembrato strano che Luzi non fosse rimasto colpito dalla Fonte da cui prende il nome via della Fonte, e cioè la Fonte del Casato già Fonte Serena. Mi ricordavo che la Fonte era stata murata per un periodo ma non quale. Sono andata quindi a consultare Il Vademecum del perfetto bottiniere, realizzato dall’Associazione La Diana e che io possiedo in quanto ho frequentato un corso per fare la guida, ed ho trovato scritto questo “Fu voluta dagli abitanti della Contrada e costruita dal 1352 al 1360, ma rimase poco utilizzata a causa della scomodità degli scalini, e soprattutto per l’impossibilità di farvi accedere gli animali. L’acqua giungeva dallo stesso bottino di Fonte Gaia, che alimenta l’omonima fonte. Fu quindi murata e riaperta solo negli anni ’70“. Ecco perché Luzi non ne parla; perché negli anni 1926-’28 non era visibile. E’ uno degli angoli più magici di Siena, secondo me; anche perché si scopre per caso, tanto è nascosto. La scalinata sembra un Chichén Itzà in miniatura.

L’ombra era dunque lucida, e la luce di quell’ombra era la luce di una plaga non visitata dal sole, non di un ipogeo ma di un Ade, così mi pareva: e intanto rasentavo i pochi portoni aperti e i molti serrati di quei palazzi che anche i vetri lustranti delle alte finestre sembravano segregare piuttosto che rendere accessibili alla vita esterna. Questa del resto quasi non dava segni visibili […] Nulla di lugubre, sia chiaro, emanava da quelle sembianze ma piuttosto qualcosa di frettoloso e astratto come se dovessero tornare a una realtà altra dalla quale erano state distolte per vile necessità. Che antica quintessenza della senesità si elaborava dietro quelle alte pareti, nell’oscurità di quegli interni, da cui gli altri cittadini mi parevano esclusi…

Siena, Casato di Sopra

Stranamente uno dei nostri compagni più giocherelloni, alto più del normale, innaturalmente cereo e roseo abitava in uno di quei palazzi: feci quella scoperta per caso. Gli studenti in uscita dal ginnasio o da altre scuole ubicate nei pressi non infilavano mai con le loro frotte il Casato. Quando il gruppo si scomponeva egli si separava da tutti all’angolo di via San Pietro: solo io una volta feci con lui un tratto di quella strada e lo vidi dopo il saluto scomparire dentro la porta che qualcuno gli aveva nel frattempo aperto e che subito dopo si richiuse. Che cosa lo aspettava al di là da quella porta, che ne sarebbe stato di quella sua allegria, varcata quella soglia?

Siena, angolo di Via San Pietro

Qualche volta la doppia fila delle convittrici del Refugio per salire a Sant’Agostino

Siena, Convitto Refugio

Il Refugio, uno dei pochi Convitti femminili a Siena. Nel 2014 ho avuto la possibilità di entrarci per la prima volta durante una delle visite guidate del ciclo Le Scoperte del giovedì. La foto di sopra infatti l’ho scattata in quella occasione. Il giardino si affaccia su Porta Pispini e La Pania, la Società della Contrada del Nicchio.

Siena, girdino Convitto Refugio
Siena, giardino Convitto Refugio

Anche la Chiesa di San Raimondo al Refugio che si trova lì accanto l’ho vista sempre chiusa. 

Siena, Chiesa di San Raimondo al Refugio

Nel 2014 è stata riaperte in diverse occasioni anche per mostrare alla cittadinanza il restauro di un paio di opere del ‘Seicento custodite all’interno della Chiesa.

Siena, Chiesa di San Raimondo al Refugio

anziché affrontare l’erta di Sant’Agata divagava, credo, per qualche traversa o addirittura per il Campo e risaliva poi il Casato.

Siena, erta di Sant'Agata

Guardando la foto di sopra, l’erta è a sinistra, oltre l’arco invece c’è uno degli scorci classici con la Torre del Mangia a Siena: eccolo!

Siena: Via Sant'Agata

Il cicaleccio, se c’era stato, a quel punto si acquietava o si ammutoliva: e quelle ragazze, chiuse nelle loro oscure divise eleganti e molto severe, pareva ascendessero un duro cammino di elevazione. Tra di esse c’era anche quella che, ai primi rudimenti di greco, aveva scritto furtivamente nel mio diario: emù mémneso, non dimenticarti di me. La guardavo procedere nel gruppo e mi sembrava lontana. Anche per questo non l’avrei dimenticata, né lei né la sorella più adulta, bellissima anche lei e in più liberata dall’ancora non formato dell’adolescenza che impacciava questa. Liceale o forse già universitaria la si vedeva in compagnia dei giovani della ‘crema’ passare per la via di Città o indugiare al Greco tra gli ufficiali dei bersaglieri o altri habitués. Presumo che Greco sia l’attuale Nuovo Caffé Greco che si trova al n.c. 24 di Via di Città.

Com’era intensa e assorta, invece la salita che la minore doveva percorrere insieme con le compagne eppure solitaria come una stella entrata nella penombra o nelle ombre del Casato. Aveva uno strano potere di avvertimento quella muta camminata, con l’itinerario verso la luce la quale infatti dilagava unita con il clamore festoso delle scolaresche nel piazzale di Sant’Agostino. Da questo piazzale, più propriamente dal Prato di Sant’Agostino, c’è questa vista magnifica su Siena

Siena, vista panoramica dal Prato di Sant'Agostino

Il testo Il Casato è stato tratto dalla sezione Siena in cuore del libro Mario Luzi – Toscana Mater, con fotografie dell’archivio Alinari, a cura di C. Fini, L. Oliveto e S. Verdino, Edizioni Interlinea, 2004.

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