Quinto giorno a New York: Empire, i Village, Brooklyn

New York: Ponte di Brooklyn

Il quinto giorno è stato davvero superlativo.

La prima tappa è stata all’Empire State Building dove avevamo prenotato i biglietti Web express con i quali potevamo andare a qualsiasi ora saltando tutte le file. Mi sono sentita molto vip, devo ammetterlo. Avevamo anche il braccialetto identificativo.

Noi, io, avevamo già deciso di andarci di giorno perché volevo vedere dall’alto il Flatiron building, il palazzo a forma di ferro da stiro.

E’ stata un’esperienza fantastica per me. Se qualcuno me lo avesse predetto non gli avrei creduto perché l’avrei trovato scontato. Dal personale con le divise vintage, l’ascensore vintage, la vista senza vetri dal centoduesimo piano per 373 metri d’altezza è stato tutto un crescendo di gioia. Mi sono emozionata, davvero. E’ stato all’Empire che io e New York ci siamo riconosciuti.

Per spiegare anche a me stessa come mai ero così emozionata ho pensato che sicuramente molto era dovuto al fatto che non ci fossero i vetri, quindi zero barriere, che quindi il rumore attutito della città era dovuto all’altezza e, infine, un pensiero un po’ più ‘alto’ e cioè che in una città frenetica come New York un modo per ritrovare la propria ‘verticalità’ intesa come collegamento con la propria ‘spiritualità’ è quello di salire molto in alto.

Non è stata una mia intuizione; è uno dei concetti che la mia insegnante di Yoga ci propone e che dall’Empire ho capito meglio. Era come se il karma fosse tutto sotto nel caos delle Streets ed Avenues e sopra soltanto l’anima che un po’ se la rideva.

Scese dall’Empire il ‘piano’ era di andare a vedere il Flatiron building da vicino, poi andare a Whashington Square,  a Brooklyn per cercare un ristorante vegano che avevo nella lista di  locali e poi passeggiare fino a farci trovare sul Ponte di Brooklyn all’ora del tramonto e semmai, al ritorno, fermarci a Little Italy, Chinatown e se facevamo in tempo al East e Greenwhich Village.

Il Flatiron building è davvero affascinante per la sua forma curiosa e per la sua eleganza. Risale al 1902 e all’epoca era il palazzo più alto del mondo. Fu costruito in acciaio per cui si tratta di uno dei primi grattacieli.

Whashington Square l’avevo immaginata tante volte da quando avevo letto il romanzo Tre camere a Manhattan di George Simenon. Ecco un estratto del romanzo:

“Ti andrebbe un giretto per il Greenwhich Village?” (chiede Kay a  Combe)
Perché no? Si sentiva molto felice e al tempo stesso molto infelice. Fuori Kay ebbe un attimo di esitazione che lui immediatamente capì. Era incredibile come ognuno dei due sapesse cogliere anche le minime sfumature degli atteggiamenti dell’altro.
Kay si stava domandando se fosse il caso di prendere un taxi. Non avevano mai parlato di soldi. Lei non sapeva se Combe fosse ricco, e poco prima era rimasta un po’ impressionata dal costo dei loro whisky.
Lui alzò il braccio, un’automobile gialla accostò al marciapiede, e si ritrovarono, come migliaia di altre coppie a quell’ora, nella penombra tiepida dell’auto, con una miriade di luci multicolori che volteggiavano ai due lati della macchina.
Vide che lei si toglieva i guanti. Poi, con estrema naturalezza, infilò la mano nuda nella sua, e restarono così, senza muoversi, senza parlare, per tutto il tragitto fino a Washington Square.
Non era più la New York chiassosa e anonima che si erano lasciati alle spalle, bensì, proprio nel cuore della metropoli, un quartiere che assomigliava a una piccola città come se ne possono trovare in qualsiasi parte del mondo.

Devo dire che le piazze a New York sono dei piccoli parchi perché hanno sempre dei giardini con tante panchine affollate da turisti, residenti che mangiano il pranzo al volo, giocatori di scacchi a pagamento (!), venditori ambulanti e anche qualche personaggio alternativo e così anche il Washington Square. Mi è piaciuta proprio tanto questa piazza. C’è una bella energia e poi tutto è molto curato.

In Washington Square tra l’altro c’è anche un Monumento a Garibaldi, e questo non lo sapevo o meglio era scritto nella guida New York in 7 giorni di Carlo Galici ma mi era sfuggito.

Il programma originale è saltato quando abbiamo riconsiderato il posto dove andare a mangiare nel senso che nell’elenco avevo anche il Caracas Arepa Bar che avevo trovato quando cercavo un posto dove mangiare arepas a New York (siamo nate in Venezuela e visto che a New York si trova di tutto non potevano mancare le arepas che ci garbano tantissimo). L’abbiamo geolocalizzato su Google Maps e abbiamo realizzato che si trovava nell’East Village per cui raggiungibile a piedi da Washington Square.

E’ stato nel tragitto da Washington Square al Caracas Arepa Bar che – conquistate entrambe dall’atmosfera, dalla gioventù numerosa (è infatti la zona della New York University, una delle università più grandi di New York), dai tanti localini per strada e dalle palazzine basse colorate con le caratteristiche scale antincendio a vista e le cisterne d’acqua sui tetti –  ci è venuta voglia di esplorare di più la zona e quindi,  dopo aver mangiato delle arepas mondiali insieme ad altri stuzzichini venezuelani chiamati tequeños in questo locale minuscolo e molto accogliente anche se bizzarro il cui proprietario venezuelano è stato in Italia ed è rimasto affascinato da Siena più che da Firenze, abbiamo percorso i Village, East e Greenwhich, e anche Soho per arrivare giusto in tempo per il tramonto dall’altra parte dell’East River.

Seguendo i suggerimenti della guida di Carlo, dopo pranzo siamo tornate a Greenwhich Village a prenderci  il caffè al Caffè Reggio in Macdough Street, proprio qui perché il fondatore Domenico Parisi introdusse il cappuccino agli inizi degli anni ’30 e all’interno del locale è ancora visibile la macchina da caffè originale che Parisi acquistò per aprire il locale. Per i ‘lettori forti’ tipo mia sorella da segnalare la casa di fronte al Caffè Reggio perché vi abitò l’autrice di Piccole donne negli anni in cui scrisse il romanzo.

Macdough street è comunque una strada piena di locali.

Altre curiosità della zona sono costituite dalla casa più stretta di New York che si trova al n. 75 di Bedford street come la casa in stile Chalet al n. 102. Una tappa imperdibile invece si trova al n. 64 di Bleecker street e cioè Magnoglia Bakery.

Devo essere sincera, se non lo avessi letto in tutte le guide consultate non mi sarebbe venuta mai voglia di entrare di mia spontanea volontà. Come mai? Perché i dolci sono così esageratamente enormi che non mi facevano venire per niente l’acquolina in bocca. Mia sorella è stata più fiduciosa e curiosa per cui siamo entrate e abbiamo acquistato due cupcake per merenda. Beh, mi sono ricreduta. Le nostre erano le più piccole in vetrina ma erano squisite e morbide. La mia neanche a dirlo era al cioccolato 😉

Dal Greenwhich Village ci siamo spostate verso Soho in cerca del Haughwount Building al 488 di Broadway, uno dei primi edifici in ghisa che è ciò che caratterizza l’architettura di questo quartiere.

Non è stato semplice trovarlo e vi dico perché. Se è vero che molti spunti li ho presi dalla guida di Carlo è anche vero che a volte lo stesso percorso magari noi lo abbiamo iniziato all’incontrario perché ci tornava meglio solo che – ho realizzato dopo – non dovevo applicare la proprietà communtativa. Cosa è successo in sintesi? Che il Haughwount Building si trova a Broadway street solo che noi facendo il percorso inverso ci eravamo imbattute in una West Broadway e senza pensarci troppo abbiamo, almeno io ho, immaginato che si trattasse della stessa strada solo che il numero civico 488 non c’era proprio! Alla fine meno male a mia sorella si è illuminata la lampadina, ha capito quale era l’errore che stavo facendo e mi ha riportato sulla retta via. Anch’io ho il mio Virgilio, insomma 😉

C’erano altri palazzi con la facciata in ghisa segnalati dalla guida di Carlo ma non avremmo fatto in tempo a vederli. Io ero comunque già contenta di aver potuto toccare con mano una facciata in ghisa. Questo errore però ci ha fatto girare di più e quindi vedere di più Soho.

New York: Promenade di Brooklyn

Quando si è fatta una certa siamo andate oltre il Ponte di Brooklyn in metropolitana. Il tempo rimasto era davvero poco poiché l’ora del tramonto incombeva. Però siamo riuscite a sbirciare la casa in legno del 1824 segnalata nelle guide e che si trova all’angolo tra Willow e Middagh street, fare un pezzetto della Promenade e goderci ancora una volta lo spettacolo dei grattacieli di Manhattan e, prima di attraversae il Ponte a piedi per vedere il tramonto e tornare a Manhattan, abbiamo deviato per vedere il famoso scorcio del  film C’era una volta in America: l’Empire State incorniciato da un arco del Ponte di Manhattan dal quartiere chiamato Dumbo.

Le scale per salire il Ponte di Brooklyn si trovano in Washington street. Anche se non si sapesse, ‘a vista’ si indovina la direzione da seguire perché il Ponte di Brooklyn con la sua imponente mole non passa inosservata.

Scrive Paolo Cognetti nel suo New York è una finestra senza tende, uno dei libri che mi ha fatto da guida a New York:

La vista del ponte di Brooklyn è una di quelle che ti riappacificano con il genere umano, lasciandoti dimenticare i suoi difeti per riconoscerne il gusto, l’intelligenza, il coraggio, la forza di volontà, il desiderio di progredire. La combinazione di granito e acciaio – due torri alte novanta metri e centinaia di fili di ragnatela – rende la sua struttura massiccia e leggera al tempo stesso, una cattedrale sospesa nel vento che soffia sul fiume.

La descrizione la trovo perfetta almeno per quello che ho provato io.

Dicevo che anche a vista si capisce da dove salire sul Ponte di Brooklyn solo che il percorso mi è sembrato lunghissimo tanto che temevo di arrivare in ritardo per il tramonto e invece no, per fortuna.

Be, è stato bellissimo. Abbiamo trovato una posizione doc proprio in mezzo al ponte per cui ci siamo godute tutto il calar del sole. Se ho fatto un video? ma certo che sì! Lo trovate qui

Da lì siamo tornate in centro mentre tutti i grattacieli cominciavano ad illuminarsi. Bellissimo!

Abbiamo rinunciato a Littel Italy e Chinatown perché era già buio e le nostre gambe iniziavano a brontolare per cui abbiamo scelto di prendere la metropolitana e dirigerci a… Strand Book Store, una libreria! Siamo o non siamo #thesabasistersreaders dicevo nel primo post di questa serie?

Devo dire la verità, per conto nostro non abbiamo adocchiato nessuna libreria a New York. Forse sono tutte in una zona? Ci è venuto in mente perché ad esempio a Lexington Avenue abbiamo notato che in ogni angolo di street c’è un fioraio per cui… Comunque, per fortuna tanti amici, parenti e conoscenti hanno seguito il nostro viaggio in tempo reale e una amica di mia sorella ci ha dato la dritta di questa libreria. Grazie ancora anche da qui, Linda!

Tre Racconti a Strand Book Store

Mia sorella è impazzita dalla gioia. Sembrava una biblioteca più che una libreria. A fatica ho condotto mia sorella fuori la quale oltre ad acquistare libri in ‘inglese’, mah! (lei però dice che sono libri che possiede già in italiano e che ha già letto), aveva una missione e cioè lasciare un ‘segno’ di Tre Racconti, rivista letteraria digitale e gratuita nata quest’anno e di cui mia sorella fa parte come redattrice (un progetto bellissimo detto tra me e voi) e cioè due segnalibri con il logo di Tre Racconti dentro a due a libri a caso – ma non tanto. Missione compiuta e questa è la cosa importante.

La foto in realtà è di due giorni dopo quando siamo tornate in libreria per immortalare il momento, sollecitate dal resto del team di redattori di Tre Racconti. Se ci ha visto qualcuno? Non ne ho idea ahahah comunque non siamo state bloccate dal buttafuori  della Libreria.

E così si è conclusa la nostra quinta giornata a New York.

Domani ci vediamo per il sesto giorno con vista top da una postazione Top= Top of the Rock, of course!

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