Pietro Gaglianò al Caveau di Serena Fineschi

Siena: Pietro Gaglianò al caveau di Serena Fineschi

La quinta idea esposta nel piccolo Caveau nel Vicolo del Coltellinaio a Siena è di Pietro Gaglianò, critico d’arte e curatore. Rimarrà esposta fino al 25 luglio.

Si tratta della pagina di un romanzo scritto nel 2004; ma mai pubblicato.

L’idea di Gaglianò mi è tornata in mente proprio venerdì scorso quando è stato proclamato il vincitore del Premio Strega 2016.

Non mi sono mai appassionata a questo premio ma quest’anno avevo qualcuno per cui fare il tifo e cioè il romanzo Il Cinghiale che uccise Liberty Valance di Mauro Meacci (ne avevo parlato qui). E’ arrivato quarto. Meritava di più, secondo me; ma non ho letto gli altri romanzi per cui non posso esprirmermi ulteriormente.

Ritornando all’idea del Caveau, l’incipit del capitolo pone la domanda delle domande: “Dimmi un po’, Angela, sei felice tu?” buttata lì con non chalance.

E’ la scusa per interrogarsi sul valore dei desideri, dei rimpianti anche rispetto ad un luogo dove vorremmo essere che non è quello dove siamo. Sul presente.

Pietro Gaglianò sull’idea mai nata ha detto:

“Quando Serena mi ha chiesto un’idea per Caveau ho pensato che ci volesse un progetto amato e temuto, che meritava ora di avere un po’ di luce. Mi piace anche la coincidenza che questa piccola porzione di inedito appaia nello stesso anno in cui è uscito il mio libro (finora) più importante, Memento, una riflessione politica sul rapporto tra arte e potere. Anche il romanzo aveva a che fare con questo tema, in un modo all’epoca oscuro e molto più estetizzante (molto di più di quanto ammetterei di voler fare ora): la vicenda intreccia la ricerca di un giovane studioso dei martiri del tempo dell’imperatore Diocleziano con la scoperta incantata del senso della fine delle cose umane, del bisogno della memoria, della morte e delle idee. Il tutto risplende nella visione protratta del palazzo di Diocleziano a Spalato, dove si svolge gran parte della storia. Il sentimento dei protomartiri per il valore di un’idea, laicamente interpretato, e quello dell’imperatore per la comprensione della storia si connettono alla resistenza del protagonista alla facilità delle cose del tempo presente. Morire per delle idee, insomma. O morire con delle idee. Con un grande punto interrogativo. Il brano per Caveau, sulla cui versione originale ho apportato alcune correzioni a matita, è una specie di intermezzo nella vita quotidiana tra il protagonista e la donna che ama, senza capirla senza esserne capito”.

da Sienafree.it

Ecco il testo della pagina del romanzo mai pubblicato di Pietro Gaglianò:

“Dimmi un po’, Angela, sei felice tu?” le chiedo con il tono di chi si informa a che ora è prevista la cena.
Mi sorride nel sole, come se gliela avessi appena sottoposta io una forma di felicità perfetta, “Certo che sono felice, ” risponde.
“E non hai desideri, in questo momento?”
“Vuoi dire desideri come qualcosa che vorrei, o desideri come rimpianti?”
Una pignoleria insopportabile
“Hai ragione, sono due cose diverse.
Intendo il rimpianto di qualcosa che potrebbe essere in un modo e invece non lo è. Come voler essere in un posto, Roma, l’India o Città del Messico, ma essere qui. Questo vale sia per il passato, un luogo in cui sei stata realmente, sia per tutto il resto.”

“Ho capito,” dice sedendosi per terra con l’espressione concentrata di chi sta per esaminare un problema che gli sta a cuore, o piuttosto come un bambino al quale è stato proposto un gioco irresistibile. “Questa terrazza, che è un po’ scalcinata, non è proprio il massimo ma per me va bene ugualmente; mentre sono qui mi può venire in mente una spiaggia tropicale con una palma e una bibita ghiacciata e il mare pieno di pesci mai visti, o la piazza di un paese tranquillo, con un bar, le persone che chiacchierano e i bambini che si rincorrono mentre il campanile batte il tempo. E penso per un attimo che sono bei posti, ma ci penso per caso, giusto per un attimo.”
“Continua”, le dico affascinato, ha appena descritto il paesaggio che sto coltivando nella mia immaginazione. Un paese in Calabria, dove una nonna coriacea si accaniva a tenere in vita gerani stremati dal sole, c’era una terrazza piuttosto in rovina anche lì, e la sera prima di cena andavo a curiosare nel colore locale del bar e delle piazzette. Una torre normanna faceva da meridiana scivolando nelle ore del giorno e nell’indifferenza ciarliera della gente.
“Non c’è molto altro. Sono troppo concentrata sul presente. Se penso a un qualsiasi altro posto, la piazza o la palma, non riesco a nemmeno a pensarci abbastanza per desidera di esserci seriamente.”
Mentre io divago, Angela c’è. A lei sembra uno spreco inutile perdersi le cose per quello che possono offrire nell’immediato. Per me, invece, il vecchio gres della terrazza, levigata dal nostro tramonto, è importante perché potrebbe essere altrove e comprende, tanto quanto ignora, qualcosa di analogo in un’altra parte del mondo.”

***

Che dire? la domanda sulla felicità rimane aperta per tutti! Io, anche per via dell’esperienza che ho fatto recentemente a Lutirano di Marradi, opto per il presente, il qui e ora.

***

Gli altri artisti che hanno esposto la loro idea nel singolare Caveau di Serena Fineschi a Siena li trovi nella categoria Caveau

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