Lettere a Milena

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Lettere a Milena di Franz Kafka
Edizioni Mondadori – 2012

“E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.

Del resto tu stessa lo dici: ‘Non avete la forza di amare’, non sarebbe questa una distinzione sufficiente fra ‘bestia’ e ‘uomo’?”
Kafka a Milena, Praga 14.IX.20

“Come vorrei pensare a noi due come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso: ‘Con lei ho stillato verità’. Sì, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch’io lo sarò per te, prometto. Un coltello affilato ma miserisocrdioso -parola tua. Non ricordavo nemmeno che fosse lecita. Un suono così delicato e ovattato. Una parola senza pelle (se la si ripete più volte a voce alta ci si può sentire come terra riarsa, e non è facile il momento in cui l’acqua s’infiltra fra le crepe). Sei stanca, mi obbligo a dirti buonanotte.”
Yahir a Miriam, 7 aprile (Che tu sia per me il coltello di David Grossman)

Ebbene, finalmente ho letto le lettere che hanno ispirato il romanzo di Grossman; quello che per me conserva ancora intatto il suo fascino tanto che prevedo altre riletture in futuro.

Non è giusto forse metterli a confronto perché le lettere di Kafka trasudano l’inquietudine e l’angoscia di un uomo reale, ebreo ‘occidentale’, che ama una donna reale, Milena; una donna cristiana sposata con un uomo ebreo (nonostnate il divieto della famiglia e già questo ci dà l’idea del temperamento anticonformista di lei) che la tradisce continuamente ma che lei non lascerebbe mai, nemmeno per Kafka, anche per il timore della sicura prospettiva di vita ascetica con costui. Milena, di ventiquattro anni quando Kafka ne ha trentasette, la traduttrice in ceco di alcuni lavori di Kafka con la quale egli intrattiene una corrispondenza fitta, giornaliera, durante un intero anno durante il quale creano un’unica occasione per trascorrere quattro giorni insieme a Vienna (lei abita a Vienna e Kafka a Praga dopo essere stato a Merano in un istituto per cure polmonari) finché lui non realizza che  “è meglio non scrivere ogni giorno. Le lettere quotidiane indeboliscono invece che rafforzare” e comincia a diradare le sue lettere fino a chiedere a Milena di interrompere il loro carteggio; il carteggio riprenderà casualmente solo due anni dopo. I gravi problemi di salute di Kafka completano il quadro di quest’uomo ipersensibile tanto da assumere a volte atteggiamenti che sembrano autistici come ad esempio l’impuntarsi nel pretendere il resto da una mendicante.

L’angoscia e l’inquietudine di Yahir, il corrispondente di Kafka nel romanzo di Grossman, esistono nella finzione; sono credibili ma rimangono sempre nella finzione.

In mancanza delle lettere di risposta di Milena sono state conservate e pubblicate, per fortuna, alcune lettera di lei indirizzate a Max Brod, biografo di Kafka. Queste lettere colpiscono per la vitalità di lei rispetto a quella che può apparire rassegnazione in Kakfa; in realtà si tratta di una tensione alla purezza autentica che nel lettore può provocare un certo senso di insofferenza finché non arrivano le parole di Milena a consegnarci la grandezza di Kafka, almeno a chi come me ancora non ha letto nessuna sua opera: “Tutti i suoi libri descrivono l’orrore di misteriose incomprensioni, di colpe immeritate diffuse fra gli uomini. La sua coscienza di uomo e artista era a tal punto affinata da consentirgli di penetrare anche laddove gli altri, sordi, ritenevano di essere al sicuro.”

Milena rappresenta per Kakfa la salvezza; infatti in una lettera del 31.VII.20 scrive “Comunque si rigiri la lettera di oggi, la cara, fedele, allegra lettera di felicità, è pur sempre una lettera da ‘salvatore’. Milena fra i salvatori! (Se fossi anch’io tra loro, ella sarebbe già presso di me? No, certamente no.) Milena fra i salvatori, lei che continuamente impara a proprie spese che si può salvare un altro soltanto mediante la propria esistenza.”

Chissà se Grossman ha preso ispirazione da questa intuizione di Kafka per far dire a Miriam:
“Un pensiero che non mi concede tregua: cos’è avvenuto realmente in quel primo momento? E se non avessi sorriso in quel modo? E se non mi fossi stretta nelle braccia?
Pensare che ho affascinato qualcuno in questo modo, senza fare alcuno sforzo.
Quel che gli ho dato, quel che gli ha parlato da dentro di me, quel che l’ha rigenerato, senza che io potessi saperlo, questa cosa che è dentro di me…
Lo so che esiste. Esisteva già prima di quello sguardo. Esiste ora, anche se non c’è nessuno che la guarda. E’ la parte buona di me. E’ impossibile distruggerla e, grazie a lei, neanch’io posso essere distrutta.
Se solo potessi darla anche a me stessa.
Farla sgorgare.”

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