Intervista a Serena Fineschi, artista senese

Serena Fineschi: Senza titolo, 2016. Mappamondo risalente al IXX sec., abrasione.

Serena Fineschi: Senza titolo, 2016. Mappamondo risalente al IXX sec., abrasione.

La rubrica ‘interviste’ di My Day Worth questa volta mi permette di approfondire la poetica dell’artista senese Serena Fineschi.

L’idea mi è venuta da quando ho iniziato a seguire il suo progetto Caveau – Idee mai nate, attualmente in corso a Siena. Ogni mese, dal 25 febbraio 2016, e per un anno Serena espone in una piccola edicola incastonata in un palazzo del centro storico di Siena una ‘Idea’ mai prima divulgata dal suo autore.

Prima di entrare nel vivo dell’intervista però, una breve biografia.

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Serena Fineschi

Vive e lavora tra Siena e Bruxelles.

Il suo lavoro, espresso con diversi media, si concentra sull’importanza dei legami tra gli esseri umani, riflette in modo particolare anche sulle trasformazioni che tali legami, e il loro mutare, producono.

Il suo intento è riportare alla luce il frammento di un vissuto reale (o immaginato) sottratto alla ‘permanente impermanenza’, una ricerca continua della e nella trasformazione perpetua di tutte le cose.

La sua ricerca è un’incessante, estenuante indagine sotto la superficie delle cose che costantemente fronteggia ed esamina in “sottrazione”, cercando una trasformazione oltre l’immagine apparente della pelle degli oggetti e dei materiali. Una metamorfosi perpetua nella e della materia, archetipo della fisicità, della visione rovesciata e del valore degli opposti, dove esperienze ignote assumono una rinnovata forma s/conosciuta.

Mappature di un corpo che segna e insegue percorsi possibili o semplicemente immaginati.

Esplosioni, crateri, rughe, fori, lacerazioni, abrasioni e lacune nella materia trattata divengono assonanze di esperienze fisiche ed emozionali, paradigma di ciò che siamo, sentiamo e mostriamo agli altri in un fluire incessante tra materia, corpo e mente.

La strada da percorrere è la perdita di ogni riferimento geografico, di ogni confine, relazione e attinenza, per la creazione di un nuovo mondo possibile, intimo e sociale.

È tra i fondatori e gli ideatori di Grand Hotel, un luogo in movimento che ospita, raccoglie, accoglie e colleziona forme di passaggio provenienti dalle menti e dagli studi degli artisti.

È tra gli ideatori e i fondatori dell’associazione culturale FONDACO, un progetto per la diffusione dell’arte e degli artisti contemporanei italiani in ambito internazionale.

Nel 2016 ha ideato CAVEAU, una cassaforte incassata tra le mura medioevali della città di Siena che ospita idee.

Tra le mostre e i progetti a cui ha  preso parte si ricordano: l’attuale residenza annuale a Bruxelles (Belgio) alla Collezione Frédéric de Goldschmidt, Artiste Domiciliè, programma di residenza, Bruxelles (Belgio) a cura della Galleria FuoriCampo; per le mostre, al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Raffaele de Grada, San Gimignano, a Casa Masaccio, San Giovanni Valdarno, alla Galerie Cetraro-Escougnou, Parigi; le personali alla Galleria FuoriCampo di Siena, il progetto speciale Stato di Grazia, nel centro storico di Siena, i molti progetti in corso nella capitale Belga.

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Intervista

Serena, il concetto di ‘impermanenza’ ha monopolizzato la mia attenzione ultimamente per cui, dopo aver saputo che fa parte della tua ricerca artistica, la domanda nasce spontanea: hai mai sentito parlare o frequentato un corso di meditazione Vipassana?
Rifletto da tempo sul concetto di impermanenza e credo che sia di grande conforto avere la cognizione che tutto sia costantemente in movimento, transitorio e in continua trasformazione. Quello della permanente impermanenza è un concetto su cui si basa parte della mia ricerca artistica. Ogni elemento è in continua trasformazione, dalla materia al nostro essere; tutto muta in movimento perpetuo ed ogni cosa non è mai se stessa.

Non sono esperta di arte contemporanea ma sono una persona curiosa. Ho visto l’installazione Grand Hotel al Santa Maria della Scala in cui c’erano oggetti dai più disparati dai quali erano nate delle opere d’arte. Nella brochure di presentazione c’era scritto infatti “Grand Hotel è un attimo dopo l’intuizione e un attimo prima dell’atto creativo.” In Caveau invece ci proponi oggetti, ‘idee’ mai diventate opere d’arte. C’è un filo conduttore tra questi due approcci?
Comprendere l’impermanenza di tutte le cose, sposta la mia attenzione alla genesi, alla loro origine, una sorta di costante (e fallimentare) ricerca dell’attimo esatto in cui il pensiero è in stallo. E’ per questo motivo che lavoro in sottrazione e trovo interesse in tutte quelle forme che abitano l’intuizione; l’idea, l’inciampo illuminato sono istanti, attimi brevissimi in cui il costante movimento del pensiero si ferma. Non è un paradosso definire lo stallo del pensiero, l’attimo della creazione. Ritengo che nel momento in cui l’idea prende forma, il movimento torni di nuovo in atto, e tutto sia di nuovo in trasformazione. L’idea nasce nell’istante in cui non pensiamo e non è parte del flusso continuo del pensiero.

Come hai scelto i professionisti da esporre nel Caveau del Vicolo del Coltellinaio e come ti è venuta l’idea di questo progetto?
I dodici ospiti di Caveau sono legati tra loro dalla mia memoria, da un racconto del tutto personale di un capitolo molto importante e delicato della mia vita. Caveau è un’idea che ospita idee ed essendo queste il bene più prezioso e intimo che abbiamo, volevo realizzare un’opera per condividerle, in modo che potessero diventare patrimonio comune.

Un paio di anni fa a Siena in occasione della Giornata del Contemporaneo, hai fatto fare esperienza del buio ai senesi facendo spegnere l’illuminazione pubblica per tre minuti alle dieci di sera. L’hai intitolato Stato di grazia questo evento. Ricordo che mi dispiacque molto non poter partecipare. Ero al lavoro. L’anno dopo, nella serata conclusiva di Verso, la Settimana del Contemporaneo a Siena, ci hai fatto ascoltare la registrazione di quella notte. Devo dire che scioccamente pensavo ci sarebbe stato silenzio assoluto e invece si sentivano rumori di voci, di motorini. Sono rimasta un po’ spiazzata. Cosa ti ha dato, dimostrato quella esperienza?
Stato di grazia”, è un’opera che si concentra e riflette proprio su quell’istante in cui tutto ha origine. Interrompere per tre minuti l’illuminazione pubblica e monumentale del centro storico di una città intera significa agire sulla trasformazione totale di un centro urbano, alla ricerca del momento di stallo del pensiero, dove tutto si compie. Un inaspettato cambio di ritmo per ricondurci all’origine, all’essenza di tutte le cose, per tornare a essere presenti a noi stessi e al luogo che si abita o, finalmente, per avere l’occasione di perdersi e modificare temporaneamente il nostro “stato”: uno stato di grazia, appunto, un momento determinante e raro in cui tutto appare sospeso ma in cui tutto, allo stesso tempo, accade. Considero “Stato di grazia” un’opera monumentale, unica, irripetibile che accoglie contemporaneamente in se pittura, scultura, architettura e attività performativa

Seguo con molta curiosità l’operazione Caveau per il suo carattere intimista e per l’effetto ‘regalo di Natale’. Chissà se c’entra qualcosa con la scelta della data.
La scelta della data di comunicazione (e non inaugurazione) di ogni nuova idea mostrata all’interno (e all’esterno) di Caveau ha un valore assolutamente personale.

Il 2016 si sta dimostrando un anno difficile a livello mondiale; eppure Siena una piccola grande gioia te l’ha riservata con la vittoria del Palio di Luglio da parte della Contrada della Lupa dopo 27 anni di digiuno e con il ‘cappotto’ del Palio di Agosto. Come artista, ti ha regalato qualche intuizione questo doppio evento, uno ‘drammatico’ l’altro ‘meraviglioso’ a detta dei cronisti che hanno commentato in diretta la corsa?
Il cappotto della Lupa è un evento straordinario, unico. Raccontarlo sarebbe come perdere questa unicità. Posso solo dire che vivere queste due vittorie è come prolungare uno “stato di grazia” e condividerlo con un grande popolo come quello della mia Contrada.

Oltre a Caveau quali sono i tuoi impegni artistici ordinari e straordinari?
Gli impegni di un artista sono ordinari e straordinari, allo stesso tempo. Sto seguendo alcuni progetti che mi vedranno impegnata fino alla fine del 2017, in Italia e in Belgio.

Quando Caveau sarà giunto al termine cosa farai con le ‘idee’ dei partecipanti?
Alla fine del periodo di permanenza in cassaforte dell’ultima idea, tutte e dodici contemporaneamente saranno visibili in una mostra personale. In quell’occasione sarà presentato il libro che, oltre a contenere le riproduzioni delle idee, rifletterà sulle intenzioni originali dei dodici ospiti e sulla loro idea di idea.

Cos’è per te l’arte? Quando hai capito che volevi fare l’artista e cosa hai fatto per diventarlo?
Credo che non si scelga di definirsi artisti. So che esiste una necessità, un’urgenza dalla quale non si può prescindere che spinge a riflettere nel senso più ampio del termine. L’arte non ha risposte e la definisco tale solo se ha la capacità di cambiare il punto di vista, modificare la prospettiva dello sguardo senza prescindere dall’essere universale.

Un artista, scrittore, filosofo, maestro che ti ha ispirato nel tuo percorso di artista?
Siamo fatti di tempo trascorso
. Tutta l’arte dalle sue origini a oggi è motivo di riflessione.

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Che dire? Mi sembra che Serena sia stata molto generosa nelle risposte e non posso che essere felice di questa opportunità. L’espressione ‘stallo del pensiero’ mi ha colpito molto; mi è venuto di associarlo alle apnee che si fanno durante gli esercizi di respirazione a Yoga, soprattutto quelle a vuoto, dopo una espirazione, quando sembra che l’ego, anche solo per quell’istante, sia scomparso.

Io continuerò a seguire Caveau (potete farlo anche voi se non siete a Siena, seguendo la categoria Caveau di questo blog) in attesa della Mostra e della pubblicazione.

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