Ikigai di Bettina Lemke

Ikigai di Bettina Lemke

Ikigai di Bettina Lemke per Giunti Editore

Appena tornata da New York, dopo aver scritto i numerosi post sul viaggio, mi sono dedicata alla lettura di questo libro di Bettina Lemke che ha come sotto titolo Il metodo giapponese.  Trovare il senso della vita per essere felici. Non male, è? Infatti ha colpito anche me quando ho visto la copertina del libro pubblicata da un mio contatto su Instagram tanto che l’ho acquistato subito.

Non è solo un libro di lettura ma di esercizi per trovare appunto il proprio ikigai.

Se alla fine l’ho trovato il mio ikigai? La risposta è: sì!

Prima di condividere con voi il risultato però vi riassumo un po’ in cosa consiste questo metodo per chi ancora non avesse mai intercettato l’immagine con i cerchi che s’incrociano, tipo questa.

Cerchi Ikigai

Il metodo ikigai riguarda quattro tematiche che si intersecano restituendo le componenti del nostro ikigai che sono passione, professione, vocazione, missione.

Le quattro tematiche invece sono:

  • ciò che  ci piace fare
  • ciò che siamo bravi a fare
  • ciò per cui per cui veniamo remunerati o potremmo venire remunerati
  • ciò di cui il mondo ha bisogno

La risposta a queste domande ci restituirà ciò per cui non vediamo l’ora di alzarci la mattina perché ci regala ‘motivazione, entusiasmo, energia e anche longevità’.

Ci sono casi in cui l’ikigai è palesemente evidente come l’esempio che fa Bettina nel suo libro della pianista che ha trovato nella musica il suo ikigai a tutto tondo poiché quando suona fa una cosa che ama, fa ciò per cui ha talento  e di cui il mondo ha bisogno (il suo pubblico trae sicuramente benessere dalle sue performance) e lo fa di professione. Meglio di così?

Questo l’esempio che fa Bettina.

L’altro giorno invece ho intercettato su Twitter il feed di una fotografa spagnola la quale, prendendo spunto da un video di Oprah in cui si parlava di ‘vocazione’, ha lanciato un sondaggio chiedendo e chiedendosi  se tutti hanno una ‘vocazione’ –  intesa come qualcosa che ti appassiona e che faresti anche gratuitamente; qualcosa a cui vuoi dedicarti sempre sia per lavoro che nel tempo libero – o se è qualcosa che succede solo a qualcuno come a lei ad esempio.

Tra ‘tutti’ e ‘qualcuno’ ha vinto ‘qualcuno’.

Ecco, io se non avessi letto il libro di Bettina non avrei avuto chiaro cosa risponderle e invece ho risposto che non per tutti è così evidente come per lei qual è il proprio ikigai ma questo non vuol dire che non ci si domandi qual è la propria vocazione e che si voglia avere una vocazione.

Lei ha trovato nella fotografia la sua vocazione che nel metodo ikigai giapponese corrisponde all’incrocio tra ciò per cui vengo remunerata e ciò di cui il mondo ha bisogno ed è andata oltre perché la fotografia è ciò che le piace fare e per  cui ha talento.

Per altri invece è un lavoro trovare la propria vocazione o meglio, magari si trova ma non è detto che si riesca a farlo diventare una professione. Oppure si ha passione per qualcosa ma non talento. In tutti i casi il metodo giapponese suggerisce di dedicarsi al ‘come’ combinare al meglio passione e missione con professione e vocazione.

Vi porto me stessa come esempio.

Io da piccola volevo fare l’insegnante e se fossi rimasta in Venezuela sicuramente avrei seguito quella strada. Era ciò che mi piaceva, tanto che era il mio gioco preferito. Avevo talento? Non lo so, nel gioco i bambini erano invisibili quindi non ci sono testimoni 🙂 . A parte gli scherzi, non ho avuto modo di scoprirlo perché quando ci siamo trasferiti in Italia la tristezza era tale e tanta per il distacco forzato dal mio mondo che non ho più pensato a ciò che mi sarebbe piaciuto fare da grande. Pensavo solo a ciò che poteva rendermi indipendente il prima possibile. L’insegnamento era qualcosa per cui mi avrebbero pagato? Certo. Il mondo ne aveva bisogno? Sicuramente. Ne ha ancora bisogno di insegnanti, di bravi insegnanti.

A questa ‘certezza’ che ora so chiamarsi ikigai, quella cioè dell’insegnamento, non ne sono seguite altre e non le ho neanche cercate. Insomma, il lungo periodo di tempo fino all’età adulta non l’ho dedicato alla scoperta del mio ikigai come possibilità di lavoro ma ho fatto il lavoro che mi è capitato e al quale mi sono poi anche appassionata ma che non è il mio ikigai e l’ho scoperto grazie a questo libro.

Al di là della bellezza del libro come oggetto di cartoleria gli esercizi che propone Bettina per scoprire il proprio ikigai vanno in profondità ma sono posti con leggerezza. Ci tengo a farlo notare perché leggendo questo libro ho collegato a questo metodo altri libri che mi è capitato di leggere in questo periodo e che però mi hanno trasmesso un po’ di pesantezza per cui non mi sono applicata fino in fondo. Mi facevano quasi credere di non avere nessun talento.

Con Bettina invece sono arrivata fino in fondo con entusiasmo.

Sapete qual è il mio ikigai? La scrittura!

Per me è stata una scoperta incredibile, davvero. E pian piano che, facendo gli esercizi, mi rendevo conto che sarei andata a parare lì, sorridevo tra me e me. Come mai? Perché io ho iniziato a scrivere questo blog non perché mi piaceva scrivere, anzi non mi sentivo assolutamente in grado di farlo; ma quasi come una forma di autoterapia. Stavo vivendo un momento di transizione – diciamo così – nel 2011 e avevo bisogno di autoconvincere me stessa che le mie giornate, la mia vita avevano un valore. Dovevo solo aguzzare la vista. E’ così che è nato il sottotitolo del blog.

Sono stata catapultata nella scuola italiana direttamente in prima Liceo per cui le basi che si costruiscono nelle elementari e nelle medie mi mancano e so di fare errori di ortografia e di sintassi. Quando me ne accorgo nel senso che mi sorge il dubbio bene, vado su Google e rimedio; quando non me ne accorgo non me ne faccio un cruccio eccessivo perché non è la ‘bella scrittura’ lo scopo del blog, almeno fino ad ora non lo avevo collegato a questo. Lo scopo del blog è condividere le cose belle che la vita mi propone e quindi magari sono più attenta alla giusta consequenzialità, coerenza di quello che racconto, parole che uso che non alla forma.

Andando poi a ritroso mi sono tornate in mente le numerose e-mail che ho scritto a qualcuno. Erano delle autoanalisi lucidissime, troppo lucide forse; ma ricordo la preoccupazione di non lasciar niente di non analizzato e di trovare le parole giuste perché potevo sbagliare l’ortografia ma non il vocabolo per descrivere esattamente quello che stavo vivendo in modo da trasmetterlo nella sua autenticità a chi mi leggeva.

Ancora prima mi sono ricordata di aver scritto una autobiografia in una notte. Ero arrivata a 160 pagine. La scrissi in un momento bello della mia vita, di quelli in cui ti sembra di essere arrivato all’apice di un’esperienza così significativa da ritenerla il motivo per cui sei nato. Pensavo potesse essere di ispirazione a qualcuno. Cancellai tutto il giorno dopo.

Ancora prima avevo scritto una tesina compilativa su un Oratorio di Siena che auto pubblicai vendendo anche una copia. Ora non la trovate più perché l’ho ritirata dalla vendita.

E poi la ‘chicca’ è stata ricordare di quando poco prima di trasferirci in Italia scrissi una poesia e prima ancora una favola e quando avevo intenzione di scrivere una specie di compendio di tutte le materie che avevo studiato fino alle medie. Avevo preparato delle cartelline e l’idea era di rileggere i libri di testo e appunti di ogni anno scolastico superato per inserirci tutto lo scibile…

Bellissimo. Me lo dico da sola.

Ho scoperto quindi che scrivere è qualcosa che mi è sempre piaciuto fare, che scrivere è qualcosa che –  a quanto pare – so fare nel senso che, anche da ciò che mi dicono altri, l’immediatezza, l’entusiasmo che trasmetto soprattutto quando parlo di Siena in un certo senso hanno dato forma ad un mio stile tipo flusso di coscienza colloquiale (definizione provvisoria ma calzante). E allora ho deciso che una maggiore attenzione all’ortografia, per i puristi, lo farò diventare una abitudine felice.

Ho scoperto anche, è evidente, che il mio ikigai non coincide con la mia professione che, detta in soldoni, è quella di vendere camere. E allora cerco comunque di praticarla quando invio i preventivi o arrivano richieste di informazioni.

E’ qualcosa di cui il mondo ha bisogno? Be, il mondo ha sicuramente bisogno di cose belle, sempre, e la scrittura è un modo per farle conoscere.

Il mondo a cui è attualmente destinata la mia scrittura siete voi che mi leggete. I post che vengono maggiormente letti sono quelli che riguardano Siena, al momento, per cui… sappiate che mi è venuta un’idea!

Non anticipo niente. Vi dico solo che sono già al lavoro e mi entusiasma molto la cosa per cui sì, il mio ikigai è la scrittura per raccontare cose belle.

6 pensieri su “Ikigai di Bettina Lemke

  1. Silvia

    Amina, sei fantastica! Questa tua “lettera” mi ha colpito nel profondo, anche perché stranamente mi ritrovo in tantissime cose che hai detto! Coscienza universale… Ebbene sì, sei bravissima a scrivere! Per me è davvero un grande piacere leggerti! Avrei tante cose da dirti, ma il mio tempo di mamma è purtroppo limitato al massimo! Però vorrei anche dirti che questo tuo post mi hai illuminato la giornata e rifatto toccare con un dito il mio ikigai, molto simile al tuo… Sarebbe bello poterne parlare una volta davanti ad una bella tazza di tè caldo! Un abbraccio e spero a presto

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  2. Claudia Boccini

    Ottimo, mi onfermi che questo libro deve assolutamente essere letto. E chissà se prima o poi troverò anche la mia mission/ikigai?
    P.S.: sei molto brava a scrivere e di errori non ne vedo in giro 🙂

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