Hopper a Bologna: la Mostra

Hopper a Bologna: mostraHopper a Bologna, Palazzo Fava
Fino al 24 luglio 2016

La voglia di rivedersi era nell’aria. Il gancio è stato la mostra di Hopper a Bologna visto che siamo tutte sue estimatrici.

E così due settimane fa cinque donne conosciutesi qualche anno fa grazie a Facebook si sono ritrovate a Bologna ognuna proveniente da una città diversa dell’Italia, e non; infatti una è venuta dalla Repubblica di San Marino 🙂

Hopper a Bologna: prima della Mostra

La prenotazione l’avevamo fatta per le 11, che non si sa mai i treni facciano ritardo e invece quel giorno sono stati tutti puntualissimi tanto che non siamo riuscite a salutarci per bene a fine giornata perché neanche un minuto di ritardo!

Dalla Stazione Centrale di Bologna a Palazzo Fava ci vogliono quindici minuti a piedi.

Un po’ di caciara  appena ci siamo riviste e poi ognuna per conto suo a visitare la Mostra, condizione implicita.

L’audio guida è inclusa nel prezzo del biglietto e quindi, perché non prenderla?

Sebbene io avessi già visto una mostra di Hopper a Roma anni fa, il giorno prima di partire sono comunque andata a rileggermi la monografia n. 174 uscita nel 2002 in allegato ad Arte & Dossier – Giunti Editore, che ho conservato, dedicata a Hopper di Orietta Rossi Pinelli.

Hopper sembra non aver vissuto momenti particolarmente drammatici nella sua vita. Non ha patito stenti per potersi dedicare alla sua passione ma anzi è stato sostenuto da subito dalla sua famiglia anche se il riconoscimento della critica e del pubblico gli è arrivato tardi.

Quindi, una biografia abbastanza lineare.

Ciò però che mi ha colpito e che ho portato con me per vedere la Mostra sono queste parole di Hopper riportate nell’inserto da me sopra citato di Art & Dossier:

Il mio obiettivo in pittura è di usare sempre la natura come mezzo per provare a fissare sulla tela le mie reazioni più intime nei confronti dell’oggetto così come appare nel momento in cui lo amo di più […] Perché io scelga determinati oggetti piuttosto che altri, non lo so neanch’io con precisione, ma credo che sia perché rappresentano il miglior modo per arrivare a una sintesi della mia esperienza interiore‘.

Hopper a Bologna: le opere

Cioè quelle che mi sono rimaste impresse. Non ho acquistato il catalogo e non è permesso fare foto alle opere della Mostra.

Provengono tutte dal Whitney Museum of American Art di New York che, grazie al lascito della vedova  Josephine, ospita il più cospicuo nucleo dei dipinti, disegni e incisioni di Hopper.

La Mostra si apre con l’Autoritratto di Hopper realizzato nel 1903-1906.

Vi do una dritta: guardatelo posizionandovi a destra e sarete ricambiati. Cosa voglio dire? che stando davanti o a sinistra non riuscivo a cogliere niente, nessun accenno alla psicologia del personaggio. Appena ho cambiato posizione, Hopper mi ha ‘parlato’.

Cosa mi ha ‘detto’? di non farmi condizionare dal suo aspetto borghese nell’accezione negativa del termine e di riconoscergli la capacità di vedere la condizione umana del suo tempo, nella sua America, anche quella che sarebbe potuta sembrami lontana dalla sua.

In questa prima sala c’è già l’Hopper in  nuce, oserei dire.

Si tratta di dipinti ad olio e acqueforti che se non fosse per la didascalia che ci indica l’anno saremmo portati a pensare che si tratti già dell’Hopper che abbiamo imparato a conoscere dai poster e dai libri di storia dell’arte, quello delle architetture solitarie ma luminose, degli interni con personaggi cristallizzati in un atteggiamento, di fotogrammi che implicano una storia in cui lo spazio sembra essere sotto vuoto.

In particolare mi ha colpito questa Solitary Figure in a Theater (1902-1904).

Hopper a Bologna: Solitary Figure in a Theater (1902-1904)Seguono poi opere realizzate dopo il ritorno di Hopper dai suoi viaggi in Europa, mai in Italia chissà come mai 🙁 , e che evidenziano l’influenza degli artisti da lui studiati e copiati nelle mostre, musei, gallerie e caffè che visitò.

American Village (1912) a me ha subito ricordato Boulevard di Montmartre di Pissarro, Après midi de juin or L’après midi de printemps (1907)  mi ha ricordato la tavolozza di Monet in quel colore dell’acqua, Summer Interior (1909) inconfondibilmente le donne di Degas.

Hopper a Bologna: American Village (1912)Hopper a Bologna: Après midi de juin or L’après midi de printemps (1907)Hopper a Bologna: Summer Interior (1909)Il passaggio dal ‘prima’ a ‘dopo’ sancito dai viaggi di Hopper in Europa e quindi il punto di svolta della sua arte è riconosciuta nel quadro Soir Bleau (1914).

Hopper a Bologna: Soir Bleau (1914)Degli anni ’20 molto interessanti per conoscere l’evoluzione dell’arte di Hopper sono le acqueforti presenti nella Mostra.

Evening Wind, del 1921, ci svela ad esempio la vena erotica di Hopper e ricorda le donne formose di Rembrandt.

Hopper a Bologna: Evening Wind, del 1921Le mie amiche si sono rammaricate della mancanza di ‘notturni’ in questa mostra dedicata a Hopper. Direi però che l’acquaforte Night Shadows del 1921 è un privilegio poterlo vedere.

Hopper a Bologna: Night Shadows del 1921Un’inquadratura cinematografica come diventerà molta della produzione successiva di Hopper e che ispirerà registi come Hitchcock.

Al 1921 appartiene il quadro che di questa mostra mi ha colpito di più e cioè New York Interior.

Hopper a Bologna: New York Interior (1921)Quel filo invisibile che tutti ‘vediamo’ con cui la ballerina sta rammendando il suo abito. Quel cappello che indica la presenza di qualcun’altro a meno che non faccia parte dell’abito di scena della ballerina. Quelle scapole che si cercano, i capelli divisi a metà e portati davanti scoprendo le spalle. Qualcuno che la guarda. Noi o l’altra presenza nella stanza?. Ne è consapevole lei? Vuole farsi guardare? Si vorrebbe quasi darle un colpettino sulla spalla per farla girare ma non osiamo perché è concentratissima nel suo da fare e potrebbe magari pungersi con l’ago.

Felice io poi di aver potuto vedere uno degli acquerelli con i fari, Light at Two Lights del 1927.

Hopper a Bologna: Light at Two Lights del 1927Il faro è uno dei miei soggetti preferiti e chi frequenta questo blog lo sa già; lo era anche di Hopper!

Degli anni ’30 sono Apartment houses, East River (1930), l’unico quadro che mi ha trasmesso un senso di opprimente solitudine, di tristezza. Non riuscivo proprio ad immaginare le vite delle persone all’interno.

Hopepr a Bologna: Apartment houses, East River (1930)Non mi è sembrato per niente poetico quel casermone grigio come invece High Road (1931), delizioso.

Hopper a Bologna: High Road (1931)Ecco, questa potrebbe essere un’inquadratura da Instagram 🙂

Di questo periodo è anche Cape Cod Sunset (1934) che rappresenta la casa di Hopper a Cape Cod, per l’appunto; dove decise di abitare per la luminosità del luogo.

Hopper a Bologna: Cape Cod Sunset (1934)

A me fa un po’ paura questa casa, troppo isolata; ma contenti lui e la moglie Jo 🙂

Si passa agli anni ’40 con delle chicche a carboncino, cioè studi di opere iconiche di Hopper come ad esempio Study for Gas (1940), Study for Office at Night (1940) e Study for girl show (1941).

Hopper a Bologna: Study for Gas (1940)Hopper a Bologna: Study for Office at Night (1940)Hopper faceva tantissimi disegni preparatori prima della versione definitiva dell’opera.

Hopper a Bologna: Study for girl show (1941)Di quest’ultimo, Study for girl show, ricordo di aver visto la versione finale su tela a Roma; quindi sapevo già la storia e cioè si tratta della moglie di Hopper, sessantenne.

Anche l’audio guida ha ricordato che, in un periodo in cui le cose non andavano proprio lisce con la moglie, una sera al ritorno da uno spettacolo di spogliarello Hopper chiese alla moglie di posare nuda per lui. E’ così che è nato questo quadro.

Nell’ultima sala ci sono alcune delle opere in cui la luce brillante predomina come South Carolina morning (1955)Second Story sunlight (1960), l’ultima opera eseguita da Hopper.

Hopper a Bologna: South Carolina Morning (1955)Hopper a Bologna: Second Story Sunlight (1960)Come dice l’audio guida, in Second Story Sunlight troviamo tutti gli elementi della pittura di Hopper: l’architettura, la gente, il bosco, la luce.

La luce infatti era ciò che a Hopper interessava di più, ciò che gli garantiva la verità di ciò che vedeva e quindi la possibilità della sua rappresentazione realistica, senza fronzoli.

A proposito di quest’ultimo quadro, molta ilarità suscita nei visitatori della Mostra la possibilità di potersi fare una foto con la versione ‘lumiere’ di esso ed è ovviamente quello che abbiamo fatto anche noi (vedi foto di apertura del post).

Hopper a Bologna: vale la pena?

Secondo me sì.

Certo, non bisogna rimanere male se non c’è l’opera iconica di Hopper, Nighthawks del 1942, sia perché informandosi prima si  sa che non c’è e poi perché difficilmente l’Art Institute of Chicago, dove l’opera si trova, lo concede in prestito.

Hopper: Nighthawks (1942)In compenso, se non lo avete già fatto, vi consiglio la lettura del romanzo Tre camere a Manhattan di Georges Simenon i cui protagonisti sembrano proprio i ‘nottambuli’ di Hopper.

Altro motivo è che con lo stesso biglietto della mostra si possono visitare anche i Musei della Città del circuito Genus Bononiae.

***

Le immagini del post, tranne quella di apertura, le ho prese dal sito Whitney Museum of American Art of New York. L’ultima, dal sito Art Institute of Chicago.

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