Cristina Coral: Room stories

Cristina Coral: Room Stories

Cristina Coral: Room stories – Mostra fotografica
Siena, Santa Maria della Scala
Piazza Duomo
Fino al 10 settembre 2017

In una serie di interni d’epoca, alcuni decadenti e con essenziali complementi d’arredo, figure femminili isolate e sofisticate nella loro eleganza d’altri tempi dialogano con la propria interiorità in un’atmosfera sospesa.

Mi è piaciuta moltissimo questa Mostra fotografica forse per la cura della composizione, per il delicato accostamento di colori, per la morbidezza degli abiti e per il mistero che aleggia. Chissà a cosa sta pensando ogni donna.

Nel pannello di presentazione della sua Mostra, Cristina Coral dice che per questo progetto fotografico, Room Stories, ‘gli spazi tra gli oggetti – come nelle pitture giapponesi – sono i veri protagonisti‘.

Quando l’ho letto mi si è accesa subito una lampadina perché mi sono ricordata di aver letto qualcosa al riguardo nei Diari di Etty Hillesum pubblicati da Adelphi (*), una delle mie letture recenti.

Ho ritrovato il brano e credo che calzi a pennello per ‘descrivere’ gli scatti di Cristina Coral.

Ecco qui la citazione:

Venerdì sera, le sette e mezzo. Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quel l’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa dei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò – e chissà poi che cosa? – mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un’anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parola e silenzio – il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. È buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette io non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in Oriente lo farò, in futuro – per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza.

Qualcuno di voi l’ha vista la Mostra? che impressione ne ha ricavato?

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(*) Nata nel 1914 a Middelburg da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty Hillesum morì ad Auschwitz nel novembre del 1943. Il suoo diario, fortunosamente scampato allo sterminio della famiglia e poi passato di mano inmano, apparve finalmente nel 1981 presso l’editore Haan, riscuotendo un immenso successo, paragonabile a quello che accolse i Diari di Anna Frank.

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