Caterina della notte di Sabina Minardi

Caterina della notte di Sabina Minardi

Intervista a Sabina Minardi, giornalista presso L’Espresso, sul suo romanzo d’esordio Caterina della notte per Piemme Edizioni.

Ho letto Caterina della notte di Sabina Minardi in due sere dopo cena quando, spenti TV e iPhone, il silenzio assoluto crea un maggior coinvolgimento, almeno per quanto mi riguarda, e arrivata all’ultima pagina, dopo aver fatto una specie di viaggio nel tempo, da una parte ero esaltata dalla descrizione di Siena e dall’altra ero anche un po’ turbata da alcuni passaggi della storia tanto che ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto poter rivolgere delle domande all’autrice anche perché un ‘gancio’ lo avevo per contattarla, la mia amica Giuditta, blogger letteraria, che per l’appunto mi ha caldamente consigliato la lettura del romanzo sapendo del mio amore per Siena.

Detto fatto – e con Giuditta non poteva essere altrimenti – mi ha messo in contatto con Sabina la quale ha accettato di rispondere alle mie domande autorizzandomi a condividerle in questo spazio perché, come ho detto anche a lei, su My Day Worth scrivo sulle cose che danno valore alle mie giornate e il suo romanzo, in maniera per me inaspettata, rientra in queste cose.

Pronti? Ecco allora le domande.

Buona lettura!

Sabina Minardi e Caterina della notte

Sono senese d’adozione e amo questa città che conosco a menadito per cui nel farle i complimenti per la descrizione di Siena con l’espediente di due personaggi stranieri, di cui una guida turistica, la prima domanda che rivolgo a lei è se è tutto frutto di approfondimento sui libri o se lei, nata a Catania e residente a Roma, ha qualche legame particolare con Siena da conoscerla e averla assimilata così bene.
Amo Siena e l’ho frequentata per un po’ di anni. Spinta dall’interesse per il Santa Maria della Scala, ho visitato grance e luoghi collegati all’ospedale. E’ vero: non ho un legame che deriva dalle mie origini, ma con la città ne ho sviluppato uno fortissimo, e di grande passione. Come quegli amori che nascono da adulti. E che nella capacità di riconoscere le sintonie, e nello sforzo di rinnovare gesti già compiuti, danno vita alle storie più belle di sempre.

‘Quando’ e ‘come’ è nata l’idea di questo romanzo? Nel senso, scegliere Santa Caterina da Siena nel 2017 è una vera sfida. Mi spiego meglio, se Giuditta Casale non mi avesse caldamente suggerito di leggere il suo romanzo forse per conto mio non lo avrei preso in considerazione. Il titolo e la foto di copertina non danno scampo. Avrei avuto delle riserve a causa della mia mancanza di empatia nei confronti degli estremismi corporali dei Santi i quali, forse sbagliando io non facendo lo sforzo di contestualizzare, mi condizionano molto. In questo sono più vicina a Catherine, la protagonista contemporanea del romanzo.
Capisco perfettamente il disagio di cui parla. Mi sono domandata a lungo se l’immagine di copertina, e il riferimento esplicito a una santa, fossero elementi negativi e persino respingenti per i lettori di oggi. La copertina aveva poi il compito non facile di tradurre i due piani del libro -quello storico ma anche quello contemporaneo- e a nessuno dei due volevo rinunciare.
Credo però che oggi più che mai sia necessario parlare chiaro: essere coerenti, trasparenti e non fare scelte ruffiane. Quante volte una copertina ci ha suggestionato, creando false aspettative sul contenuto del libro? È prevalsa la verità del mio percorso: l’amore per un luogo, che diventa curiosità per uno dei suoi protagonisti, e che irrompe all’improvviso -con la sua scontrosa, focosa, gigantesca personalità- facendosi largo nella sensibilità più naturale. E alla fine la scelta è risultata più sorprendente, e apprezzata, di quanto io stessa immaginassi.

Come è stato il rapporto con la casa editrice? La loro reazione alla storia in nuce? Oppure era già scritta quando loro l’hanno letta? Hanno apportato qualche contributo che lei non aveva previsto nell’idea iniziale come trama o come scrittura? In che modo l’hanno seguita, lei esordiente nella scrittura di un romanzo ma non nella scrittura in generale dato il suo lavoro di giornalista?
Catherine, Giovanna e Caterina da Siena mi accompagnano da diversi anni. Il libro era già interamente scritto quando il mio agente, Roberto Santachiara, al quale sono grata per aver creduto immediatamente in questa storia, l’ha proposto all’editore. La rilettura di Francesca Lang, editor di Piemme, è stata accurata e preziosa. E in generale il romanzo è stato seguito da subito con convinzione.

Ho provato disagio nel leggere che il Santa Maria della Scala per alcuni/molti era una prigione vera e propria nel senso che non si poteva scegliere di andare via. Era realmente così? Sa, me lo sarei aspettata più dal Manicomio di Siena che, approfitto per buttarla lì, con la sua scrittura narrativa lei sarebbe incontestabilmente adatta per ambientarci una storia magari prendendo spunto dai personaggi reali rintracciabili nell’Archivio storico.
Non volevo descrivere il Santa Maria della Scala come un luogo di reclusione: spero, anzi, che il mio forte amore per quel luogo affiori dalla centralità che ha nel libro, e in tutte le descrizioni che ne faccio: la sua capacità di accoglienza, la bellezza nella quale immergeva i malati, la cura e la disponibilità verso gli orfanelli e la capacità di intercettare culture diverse, facendo dello straniero un ospite e non un nemico, sono gli aspetti che più mi hanno affascinato. La reclusione è una condizione che coinvolge Giovanna. E, per quanto le donne isolate – o in fuga- siano figure ricorrenti nel mondo medievale, i trattamenti a lei riservati, e la vita avvolta di buio, sono frutto solo della mia fantasia.

Mia curiosità personale: ho riconosciuto l’Hotel dove Catherine alloggia a Siena e anche il primo ristorante dove va a pranzo. Mi sfugge quello ‘senza menù’ dove mangia il ‘filetto di maialino’. È reale o di invenzione?
Tutti i luoghi menzionati sono parte di mie esperienze a Siena. L’hotel su Piazzale La Lizza, col campo sportivo davanti, è facilmente individuabile. Così come il ristorante con la cantina, non distante dalla casa di Caterina. Anche l’altro ristorante, dove Xavier e Catherine mangiano per la prima volta, esiste realmente: in una strada laterale, a pochi passi da piazza del Duomo. Di recente ho notato che ha cambiato colore ai tovaglioli: ora, invece che bordeaux, sono verdi.

Non dico mai se un libro mi sta piacendo mentre è in corso la lettura perché do molto valore al finale. Ho letto libri bellissimi anche se impegnativi che mi hanno deluso nel finale (vedi Infinite Jest di DFW) e altri che ho fatto fatica a leggere ma che nel finale mi hanno ripagato di tutto (vedi I Fratelli Karamazov). Caterina della notte rientra nei secondi. La difficoltà non è stata per la scrittura, scorrevole anche nelle parti ‘antiche’, né nella lunghezza che è ‘domabile’; ma nel disagio provato per la Santa e per la crudeltà della parte d’invenzione che per l’appunto tendevo a considerare reale. Temevo che lei avesse calcato la mano su un Istituzione come la Scala che nel Medioevo è stato un punto di riferimento, sicuramente ‘una stella’ rispetto a quello che si dice dei ‘secoli bui’. Tutto questo però è ripagato dal finale potente e commovente. L’aveva già in mente quel finale? (La mia ignoranza riguardo a dati facilmente reperibili di Santa Caterina mi ha fatto apprezzare ancora di più il colpo di scena finale)
La prima pagina che ho scritto è l’ultima del libro: praticamente identica a quella definitiva. L’idea del libro è nata da lì: da un particolare della vita di Caterina, ricorrente in modo identico in tutte le biografie consultate. E se invece le cose non fossero andate così? Da quella domanda è nato il racconto. Il contrasto tra terreno e soprannaturale, sensuale e spirituale.

Prima di iniziare a leggere il suo romanzo sono stata all’Oratorio di Santa Caterina alla Scala quasi come per prepararmi meglio alla lettura e devo dire che ho provato lo steso disagio di sempre, mi sento soffocare in quel luogo. Voglio tornarci, ci tornerò a breve. Lei non può non esserci stata. Mi racconta le impressioni della prima volta e delle successive, se ci sono state?
Sono entrata all’Oratorio di Caterina della notte per la prima volta una dozzina d’anni fa. Il fascino, il disagio, l’inquietudine provata sono state folgoranti. L’Oratorio era completamente buio. I dettagli barocchi, gli ori, il teschio all’ingresso, i rosari appesi incutevano un senso di mistero amplificato dalla poca luce. Con la luce del telefonino ho spiato parole e nomi che le società di pie disposizioni, responsabili di quel luogo, avevano impresso su certi documenti.
Perché la geografia di un luogo si attagli d’improvviso all’emotività di ognuno di noi, non so spiegarlo. Certo è che qualcosa è arrivato dritto in fondo al mio cuore. Suscitandomi un’enorme emozione.

Sono tornata all’Oratorio diverse volte da allora. Per esempio, nell’estate del 2012, mentre il Santa Maria della Scala viveva con enorme difficoltà la sua apertura al pubblico, con diverse parti non accessibili: una pena enorme vederlo ridotto al limite delle sue possibilità.

Sono tornata all’Oratorio di recente. L’emozione mi ha travolta di nuovo: su quelle nicchie, su quei tendoni rossi, su ogni incertezza del pavimento ho talmente fantasticato da sentirlo -anche ora, illuminato e riaccessibile a tutti- un posto profondamente familiare.

I personaggi contemporanei della storia mi hanno fatto tornare in mente il romanzo Mangia Prega Ama di Elizabeth Gilbert. Lei lo ha letto? Se sì, ha per caso preso ispirazione in qualche modo dalla parte iniziale quando Elisabeth dopo una notte quasi stile ‘Innominato’ lascia il partner e intraprende un viaggio in Italia?
Non ho letto il libro, ho visto il film. Ma non ho mai pensato a quella storia, nella scrittura del romanzo. La verità è che viaggio e ricerca di sè aderiscono l’uno all’altro in modo inesorabile.

Cosa le piacerebbe che del suo romanzo Caterina della notte rimanesse a noi lettori?
L’idea che il nostro Paese poggi sulla bellezza, come quella evocata, e imposta come obiettivo ai governanti, nel Costituto senese del 1309. La volontà di proteggere dei luoghi che, a Siena o altrove, simboleggiano lo sforzo di accogliere gli altri, a partire dagli ultimi. E mi piacerebbe che Caterina da Siena, la santa che i libri ci hanno consegnato come la donna che compì la missione di riportare il papato da Avignone a Roma, fosse riscoperta nelle sue eredità più potenti e contemporanee: la forza dell’amore. E della scrittura.

Il doppio registro di linguaggio antico e moderno deve essere stato un bell’esercizio, per lei. Solo due parole ho trovato ‘moderne’ nel senso che nel Trecento credo non esistessero ancora: sifilide (capitolo XIII) e voci dell’argentina (capitolo XXIII). Ho preso io un abbaglio oppure sono sfuggite alla revisione del testo?
Giro i tuoi rilievi a Francesca Lang, che di parole antiche e moderne sa tutto. E vediamo cosa ne pensa lei.

E ti ringrazio di cuore per questa chiacchierata, che mi ha fatto tornare alle radici del mio libro, all’avventura di scriverlo, alla gioia pura di confrontarmi, oggi, con chi ha voglia di leggerlo.
Ringrazio io Sabina perché le sue risposte sono state illuminanti.

***

Che dire? dal darci del lei a darci del tu è stato un attimo. Grazie infinite Sabina!

Prima di salutarvi un consiglio spassionato: NON leggete l’ultima pagina del romanzo; vi privereste di un bellissimo colpo di scena. Io non l’ho neanche sfogliato perché l’ho letto in e-book ma sarei stata comunque avvantaggiata perché non ho l’abitudine di guardare l’indice o altre cose prima di iniziare a leggere un libro. Inizio dall’incipit e via fino alla fine.

Se aveste ancora bisogno di motivi per leggere Caterina della notte ve ne do 10 (più uno) per NON leggerlo 😉 Non sono io che vi dà questi motivi ma… curiosi? leggete qui

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