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Io e i Social

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Finalmente mi si è illuminata la lampadina e ho capito cosa rappresentano per me i Social oggi: la possibilità di recuperare una modalità di socialità spensierata che offline ho vissuto solo per un breve periodo nella mia vita di adolescente.

Modalità – ed è questo quello che mi si è chiarito ora – ‘esente’ da tutto ciò che invece si è aggiunto, ha caratterizzato, continua a caratterizzare, il rapporto con le amicizie che sono arrivate successivamente.

‘Tutto ciò’ tipo? la condivisione di dubbi esistenziali, di difficoltà o successi lavorativi, di questioni affettive o convinzioni morali, di sostegno reciproco. L’evoluzione di tutto questo negli anni di frequentazione.  Giusto per farvi capire cosa intendo. Il tutto con un atteggiamento alla pari, autentico e desideroso di partecipare della vita dell’altro senza attaccamenti morbosi.

Numericamente queste amicizie si contano forse sulle dita di una mano.

Ho avuto bisogno proprio adesso di fermarmi un attimo a fare questa riflessione perché si era palesato un certo disagio e mi stava venendo voglia di cliccare su ‘cancella il tuo account’ dai diversi Social.

Il disagio di trovarmi in un luogo con una marea di persone -molte di più di quelle che ho frequentato in tutta la mia vita- e di sapere di non poter condividere ciò che avrei voluto perché non avrebbe avuto senso perché i miei amici storici non erano lì. Per loro scelta personale, certo; ma non erano lì. E mi sentivo prendere dalla nostalgia pur rendendomi conto che I Social non avrebbero potuto comunque ricreare lo spazio che è proprio dell’amicizia perché lo ‘spazio’ dei Social è dispersivo ed è come essere sotto i riflettori, sempre on stage, alla mercé del proprio pubblico variegato e più o meno presente distratto.

Ho capito che, per me, i Social no sono fatti per  coltivare le amicizie.

Coltivare le amicizie ha dei ‘riti’ propri.

Tipo? concedersi e concedere del tempo all’altro per telefonarsi, per parlarsi, per vedersi, per fare delle cose insieme con la consapevolezza di dover conciliare il tutto con le proprie responsabilità in base allo stile di vita che ognuno di noi si è scelto.

La leggerezza c’è; ma non così ‘spensierata’ come poteva esserci a vent’anni.

Una volta capito questo, e cioè che per me i Social non sostituiranno mai il reale; che rimarranno luoghi di contatto, certo, ma senza la componente introspettiva condivisa (mi piace chiamarla così) coltivata durante anni di frequentazione offline, altro che cancellarmi! Mi sono addirittura registrata su un altro Social: Snapchat.

Mi ci scappa da ridere solo a dirlo perché mai e poi mai avrei pensato di andare in giro per strada parlando da sola con l’iPhone.

Se vi ho incuriosito, intanto il mio nickname è: @ami_saba.

Con Snapchat si entra praticamente in casa delle persone che hanno voglia di raccontarsi e ovviamente quelle più briose, che si inventano delle rubriche sulle proprie passioni e quindi si dimostrano anche di ‘pubblica utilità’ conquistano subito l’attenzione. Il tutto rimane visibile per massimo 24 ore. Infatti gli ‘snap’, della durata di massimo 10 secondi ciascuno, dopo 24 ore vengono eliminati automaticamente.

Una di queste persone che io ritengo ‘briose’ ve lo dico subito è Francesca Crescentini, ovvero @tegamini. La sua rubrica è LibriniTegamini e lei è una fantastica ‘propagatrice di entusiasmi’ come recita la sua bio nei vari altri Social.

Come si fa a trovare persone interessanti su Snapchat e anche a proporre una propria ‘storia’ per farla conoscere ad altri? Seguendo/contattando ad esempio il profilo @SnapNews Italia e @Ghostloved.it che ogni giorno propongono dei profili da seguire; ma non solo. Infatti sono in piena evoluzione!

Ecco, avevo bisogno di puntualizzare questa cosa dei Social a me stessa, prima di tutto, ad alta voce 🙂

Sulla compassione

Doris Salcedo: ShibbolethFoto presa da ArtsBlog.it

“Secondo la psicologia buddista nel profondo di noi giacciono i semi di tutti i sentimenti (rabbia, compassione, generosità, gioia, rancore, felicità, perdono etc) che ci sono stati trasmessi dai nostri genitori, dai nostri insegnanti, dai nostri patriarchi e che le esperienze e i comportamenti abituali annaffiano rafforzandoli e moltiplicandoli. Il praticante ha il compito di riconoscerli, di annaffiare consapevolmente i semi positivi, rafforzandoli, e di astenersi dall’innaffiare i semi negativi, rendendoli così più deboli e inoffensivi.”
Thich Nhat Hanh

Ecco, credo che chi pratica consapevolmente l‘irrigazione selettiva del seme della compassione nel proprio quotidiano si trovi ad avere il discernimento necessario ed utile in momenti tragici come il terremoto dello scorso ventiquattro agosto che ha distrutto interi paesi del Centro Italia.

È qualcosa su cui mi sono ritrovata a riflettere in questi giorni perché a giudicare dalle reazioni sui Social Network mi sembra che il sentimento/seme più ‘annaffiato’ quotidianamente sia invece quello della rabbia da come anche in occasioni straordinarie come questa del terremoto la si lasci andare a briglie sciolte anche solo con le parole generando un’aggressività indicibile.

Coltivare la compassione intesa come ascolto profondo del dolore dell’altro per alleviargli le sofferenze e non di pietismo se ci ripenso ci permette di aiutare l’altro concretamente, subito e individualmente.

La compassione non è qualcosa che si può imporre perché venga praticata. No.

Può essere il frutto di un percorso personale, di temperamento, di un’illuminazione sulla via di Damasco grazie all’esempio di altri.

E anche i comportamenti con cui uno decide di annaffiare il proprio seme della compassione non sono uguali per tutti.

Nello specifico del terremoto c’è chi lo esprime donando dei soldi, chi donando beni di prima necessità, chi recandosi in loco per prestare il proprio aiuto come volontario, chi accogliendo in casa propria chi è rimasto improvvisamente senza tetto.

Si cerca di immedesimarsi in ciò di cui l’altro può aver bisogno e, per chi ha possibilità di un contatto diretto, di venirne a conoscenza direttamente dall’interessato di ciò di cui ha bisogno.

Anche questo è ascolto profondo del dolore dell’altro.

Ognuno secondo le proprie possibilità economiche e di sensibilità; senza curarsi del giudizio altrui.

Individualmente, sì; perché, come diceva continuamente il maestro di meditazione Vipassana S. N. Goenka “stante la sofferenza, la guerra e i conflitti che ci circondano non c’è alcuna garanzia che nel mondo possa regnare la pace; ma nella misura in cui ciascuno di noi si preoccupa di realizzare la propria di pace sta già contribuendo alla pace nel mondo.”

Il mio innato individualismo e l’autonomia da me tenacemente voluta e ottenuta trovano conforto in queste parole. Pensare di potermi prendere carico di tutti i mali del mondo per me sarebbe devastante al solo pensiero e non farebbe che immobilizzarmi per l’impossibilità dell’impresa.

Per quanto sia evidente che tutto sorge e passa perché tutto è impermanente è anche vero che i ricordi materiali contribuiscono ad annaffiare quei semi positivi che sono in noi come ad esempio il seme della felicità. Perderli all’improvviso spiazza e non poco; può portare ad un tunnel di disperazione e depressione senza sfondo.

Perdere le persone care, gli amici, colleghi, conoscenti è doloroso e inaccettabile per chi pensa almeno una volta al giorno alla morte figuriamoci per chi vive come se non dovesse morire mai.

Non possiamo aspettarci da chi ha subito una simile disgrazia, in questo caso i terremotati, che nell’immediato riescano ad osservare con equanimità e distacco quanto è loro accaduto.

Credo che occorra un allenamento quotidiano al distacco per affrontare queste tragedie con equanimità e se ai terremotati bisogna prima di tutto permettergli di piangere il loro dolore a noi che non siamo coinvolti in prima persona torna utile questo distacco perché ci dà la lucidità necessaria per agire nel migliore dei modi.

Come si può allenare questa capacità di distacco in tempo di ‘pace individuale’? ad esempio attraverso la meditazione quotidiana.

Ne sto facendo esperienza in prima persona e, credetemi, riguardo al terremoto mi sono ritrovata nella condizione di riuscire a discernere sul da farsi non cedendo ai condizionamenti di chi si ostina ad annaffiare il sentimento/seme di rabbia anche durante simili tragedie.

Dopo lo shock iniziale mi sono chiesta di cosa potrei aver bisogno io se nell’immediato non avessi più accesso alla mia casa e alle mie cose. La risposta è stata: materiale per l’igiene personale. Ho quindi indirizzato la mia ricerca in questo senso. Non è stato possibile perché la Protezione Civile aveva già diffuso un Alt per limite di materiale raggiunto spronando le persone a donare soldi. Mi sono messa quindi a cercare tramite chi farlo e ho quindi fatto una donazione secondo le mie possibilità.

La diffidenza generata dalla gestione delle tragedie passate si fa sentire, non posso negarlo; ma non ci si può far condizionare da essa. Anche in questo caso la facoltà del discernimento va attivata.

Annaffiamo i semi positivi che abbiamo dentro di noi, prima di tutto individualmente, così diventeremo capaci anche di annaffiare quelli degli altri che sembrano più impegnati ad annaffiare quelli negativi.

Gentilezza: tre indizi

Gentilezza: tre indizi. Nella foto: sorriso arcaico di Peplos Kore

Sono stata una settimana al mare.

È stata una possibilità inaspettata (leggete come mai qui); ma il mio ‘capo’ è differente e quindi lo ha reso possibile.

Grazie Gaia!

Sono stata a Pescara, come ogni anno; ma quest’anno sono andata più che altro a trovare mia mamma perché l’acqua del mare era inquinata e quindi non ho fatto mai il bagno, io che notoriamente sto sempre in mezzo all’acqua per prendere quell’abbronzatura uniforme che con le sole creme abbronzanti non mi riesce mai di prendere.

Mi sono rilassata, ho letto diversi libri, ho mangiato genuino, ho visto per intero e in diretta la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Rio, ho meditato ogni giorno in quella che è stata la mia cameretta durante gli anni del Liceo e che è grande quasi quanto casa mia a Siena.

Insomma, sono tornata a Siena ritemprata.

Nel viaggio di ritorno, ripensando alla settimana appena trascorsa, mi sono accorta di aver fatto una bellissima esperienza di gentilezze ricevute.

Protagonisti di questi gesti di gentilezza sono stati la signora addetta ai servizi pubblici dell’autostazione Tiburtina, il mio parrucchiere di Pescara e un’artista senese.

Cosa hanno fatto di particolare?

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