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Cammino di Santiago: tutto quello che c’è da sapere e di più

Cammino di Santiago: intervista su ciò che c'è da sapere

Cari lettori,

vi presento Elena Tamborrino, protagonista dell’intervista che vi propongo oggi sul Cammino di Santiago.

Elena, a molti sul web conosciuta con il suo nickname di Twitter @ElenaExLibris, è nata a Gorizia, è di origini pugliesi, ha vissuto in Toscana e attualmente vive e insegna Lettere in una scuola secondaria di secondo grado in provincia di Lecce.

Io ed Elena non ci conosciamo ancora di persona ma quando accadrà sono sicura che avrò solo delle conferme di ciò che mi arriva di lei virtualmente.

E sarebbe, vi starete domandando?  Che Elena è una purista della lingua italiana, che è l’Insegnante che tutti avremmo voluto avere a scuola e cioè quella che porta la realtà in classe creando interesse e coinvolgimento. Che ama i suoi alunni e la sua famiglia e che è una sportiva; infatti ogni fine settimana per lei è quello giusto per fare trekking in luoghi mozzafiato.

A proposito di questa sua passione quest’estate ha alzato l’asticella e ha percorso duecento chilometri a piedi del Cammino di Santiago ed è questa l’esperienza che le ho chiesto di raccontarci attraverso questa intervista perché ha a che fare con il superamento di limiti mentali e fisici e la cosa mi sembrava affascinante.

Dimentico forse qualcosa? Ah sì! Elena è una lettrice ‘forte’. Per diverso tempo ha recensito i libri che ha letto nel suo blog  Io e Pepe (e libri e altro)

Attualmente le sue recensioni le scrive solo nella pagina Facebook collegata al blog .

Chi è Pepe? Forse un suo aiutante? Per scoprirlo non vi resta che andare nel suo blog.

Prima però, mettetevi comodi e leggete l’intervista.

Elena, quando e come è maturata in te l’idea di fare il Cammino di Santiago? Quale insomma la tua motivazione?

Ci pensavo da qualche anno, ma era un’idea abbastanza vaga, anche perché non pensavo di poter affrontare il Cammino da sola, avevo bisogno di una compagnia che però non si presentava. Così questo desiderio restava nell’aria, senza avere la possibilità di concretizzarsi. Tuttavia continuavo a leggere libri e articoli sull’argomento, mi sono iscritta a un paio di gruppi su Facebook, formati da persone che avevano già fatto l’esperienza o si apprestavano a farla e così mi sono tenuta informata costantemente per almeno un paio di anni.

Quanto tempo è passato da quando hai deciso di fare il Cammino a quando hai deciso la data?

L’occasione si è presentata in modo abbastanza casuale, all’interno dell’associazione di trekking di cui faccio parte, “Camminatori salentini”: durante un’escursione ho sentito che un paio di compagne di camminata parlavano del Cammino e mi sono avvicinata, incuriosita. Era marzo. Quando ho sentito che avevano deciso di farlo, nel periodo che a me poteva andare bene, mi sono data neanche 24 ore per pensarci e mi sono aggregata al gruppo che era già di quattro persone, tutte donne.

In base a quali criteri hai deciso la durata ed il percorso?

Essendomi aggiunta a un gruppo che di fatto aveva già deciso date e durata, non ho fatto altro che adeguarmi. D’altra parte il percorso in qualche modo è sempre condizionato dalla durata che prevedi, a meno che non si lasci la possibilità di un ritorno “aperto”, senza prenotazione del volo per il rientro: in quel caso, solo se hai un periodo variabile di ferie a disposizione, puoi decidere di percorrere tutto il Cammino o una parte, ma si deve sempre fare un calcolo di chilometri da camminare in media, giornalmente. Sicuramente, per poter avere la Compostela una volta arrivati a Santiago, si deve dimostrare, tramite l’esibizione delle credenziali che attestano il passaggio dai vari siti che rilasciano il timbro, di aver percorso a piedi almeno gli ultimi 100 km, quelli da Sarria. Noi ne abbiamo percorsi 218 circa.

Hai fatto il Cammino insieme ad altre persone. Come avete organizzato il viaggio? Intendo: in autonomia documentandovi tramite guide, testimonianze dal vivo o su internet oppure con una agenzia o altro?

Le mie compagne si sono appoggiate a un’agenzia per i biglietti aerei; io ho fatto da sola, tramite il sito Ryanair. Abbiamo deciso insieme di prenotare almeno tre alberghi: il primo, quello dell’arrivo la sera del 17 luglio a Santander, una delle tappe del Cammino del Nord, scelta per comodità di orario del volo; il secondo a Ponferrada, la tappa del Cammino Francese da cui avremmo iniziato il nostro percorso la mattina del 19 luglio; il terzo per l’ultima notte prima del rientro, a Santiago de Compostela.

Prima della partenza avevo pianificato il percorso tramite un sito utilissimo (https://godesalco.com/plan/frances), anche se poi abbiamo seguito il mio programma solo da Melide in poi. A farci da guida sono state soprattutto delle app scaricate gratuitamente sui nostri smartphone, utili per avere informazioni sugli alloggi tappa per tappa (io ho utilizzato Buen Camino, scaricabile per iOs e Android), che confrontavamo. Inoltre avevamo una guida turistica sul Cammino e molto è servito il passaparola con le persone che abbiamo incontrato sulla strada e negli ostelli dove ci fermavamo.

C’è qualche pratica burocratica che bisogna fare prima di partire? Intendo: bisogna comunicare a qualcuno che state per fare il cammino? Bisogna prenotare gli alloggi in anticipo?

Indispensabile è avere la credenziale, quel documento di viaggio che serve per testimoniare il passaggio sul Cammino, attraverso i timbri che vengono apposti nei luoghi di sosta, ostelli, bar, parrocchie. Viene rilasciata da uffici direttamente sul luogo di inizio del cammino, ma conviene fare richiesta in Italia, consultando il sito della Confraternita di san Jacopo di Compostella a Perugia (http://www.confraternitadisanjacopo.it/Credenziale/indexcredenziale.htm).
Teoricamente non occorre prenotare gli alloggi in anticipo, nel senso che dipende dai periodi, dal movimento che c’è e dai luoghi dove si intende fermarsi. Noi abbiamo prenotato giorno per giorno, telefonando la sera prima all’ostello scelto e confermando con una successiva telefonata il giorno seguente. Abbiamo in alcuni casi usufruito del servizio di trasporto zaino, la mochila, per cui il bagaglio raggiungeva prima di noi il luogo scelto per il pernottamento.

Sei una appassionata di trekking e quindi il tuo corpo è abituato ad un certo allenamento ma ti chiedo: hai dedicato una preparazione fisica mirata in vista del Cammino?

Faccio sport regolarmente, ma nei due mesi precedenti la partenza ho incrementato la durata delle sessioni di allenamento. Non ho tuttavia superato i 12 km in piano, oltre alle uscite di trekking che normalmente sono più lunghe e impegnative, poiché prevedono percorsi non pianeggianti. Anche per quanto riguarda il peso da portare sulle spalle, mi sono limitata a una sola uscita a zaino pieno. Fisicamente ero pronta, abituata alla fatica.

Come ti sei regolata per la preparazione dello zaino? Cosa hai portato? Quanto pesava? E’ stato uno sforzo dover ridurre al minimo l’occorrente oppure sei normalmente parsimoniosa quando viaggi? A Cammino fatto hai imparato qualche ‘trucco’ che ti sarebbe stato utile sapere prima di partire?

Prima di partire avevo preparato un elenco di cose indispensabili: due cambi di magliette tecniche, due di pantaloncini, un pantalone lungo modulare da trekking, una maglia tecnica a manica lunga, un paio di leggins e una t-shirt per la sera, tre paia di slip e due reggiseni sportivi, tre paia di calze antivesciche, una giacchina antivento, un k-way, una cappa antipioggia, un copri-zaino impermeabile, il sacco a pelo estivo e un sacco lenzuolo in seta, infradito e sandali Decathlon.

Il necessario per la pulizia personale, ridotto al minimo: una crema solare per il viso con alta protezione, una crema all’aloe per le gambe, che ho usato anche per il viso come trattamento notte, lo spazzolino, il dentifricio, il filo interdentale, il sapone di Marsiglia per la doccia e il bucato (ne basta mezza saponetta), una confezione piccola di shampoo, salviette per l’igiene intima, burro cacao e una matita per gli occhi (tanto per non rinunciare a un minimo di femminilità), la crema Prep per preparare i piedi la mattina prima di indossare le calze, la crema balsamo Sixtus alla clorofilla per massaggiare i piedi la sera, dopo la doccia.

E poi i medicinali necessari per prevenire e curare qualunque malanno: antinfiammatorio, spray per la gola, antidiarrea, fermenti lattici (Codex) presi regolarmente ogni mattina già da un paio di giorni prima della partenza, cerotti, salviette disinfettanti, cerotti per vesciche, antipiretico.

Il peso dello zaino, acqua esclusa, alla fine arrivava a superare di poco i 7 kg: non ho fatto fatica a contenermi, ho portato il necessario, tutto è servito, tranne i medicinali per fortuna. Viaggio molto e ho imparato a partire sempre con un bagaglio essenziale.

Dovessi ripartire per un nuovo Cammino, farei a meno del sapone di Marsiglia: negli ostelli si trovano lavatrici e asciugatrici e il servizio comprende il detersivo. Per la doccia si possono portare i campioncini di bagnoschiuma e comunque i negozi che si incontrano sul Cammino sono forniti di confezioni da viaggio di tutti i prodotti per l’igiene personale.

Gli alloggi com’erano? Di cosa erano dotati? E’ stato possibile farsi la doccia?

Ho trovato posti diversi, più o meno accoglienti. Bisogna abituarsi agli ambienti promiscui: quasi sempre uomini e donne occupano le stesse camerate, anche per usufruire di bagni e docce bisogna adattarsi al fatto che mentre sei sotto lo scroscio dell’acqua della doccia, fuori c’è qualcuno che si sta facendo la barba al lavandino. Il wi-fi è sempre disponibile, così come, in alcuni ostelli, uno spazio comune per cucinare per conto proprio e mangiare. Alcuni ostelli organizzano la cena del pellegrino, che ti consente di mangiare a un prezzo che non supera i 7 euro. Inoltre c’è sempre la disponibilità di lavare la biancheria in lavatrice e quasi sempre di usufruire di asciugatrici: dove non viene offerto questo servizio, si trovano –nei centri più grandi- le lavanderie a gettone.

Per il mangiare come vi siete regolati durante il giorno e la sera?

Sulla strada si trovano molti posti di ristoro, alcuni dei quali a offerta, i cosiddetti donativi. Sono riuscita a seguire le mie normali abitudini alimentari: una colazione salata in genere a base di prosciutto crudo (jamón serrano) o uova sode con un caffè espresso (sempre buono) qualche chilometro dopo la partenza, durante la mattinata frutta fresca, spremute di arancia, frutta secca; a volte all’ora di pranzo ho mangiato un’insalata mista (le fanno ovunque e sono sempre con gli stessi ingredienti: lattuga, pomodori, tonno, cipolla cruda e uovo sodo), quando non ho preferito la frutta. La sera poi spesso siamo andate nei locali che offrivano il menù del pellegrino, composto in genere dal plato combinado, cioè un secondo a base di tortilla (una frittata alta con le patate), o carne o pesce, con un contorno o del riso in bianco.

Per i bisogni fisiologici cui hai accennato scherzosamente anche su Facebook cosa hai imparato?

Ho imparato che bisogna ascoltare il proprio corpo e attendere i suoi segnali, senza entrare in ansia se la naturale puntualità viene meno, specie i primi giorni. Non sempre l’ambiente in cui ci troviamo facilità l’intimità di certi momenti, per cui bisogna solo pazientare. D’altra parte i bagni pubblici in qualunque esercizio mi sia fermata, si sono rivelati pulitissimi ed efficienti: bravi i gestori di bar, ostelli e ristoranti a pulire frequentemente i bagni e bravi i pellegrini di passaggio che lasciano pulito quel che trovano pulito. Indispensabili sono le salviette intime umidificate, in mancanza di acqua corrente per lavarsi.

E ora, facci rivivere il percorso che hai fatto indicandoci le tappe, i chilometri, se e dove hai trovato difficoltà a livello fisico, mentale o spirituale. Se hai avuto nostalgia di qualcuno o qualcosa. Se vi è capitato di perdervi oppure se la segnaletica è chiara, se hai camminato in compagnia o da sola, se hai incontrato altri pellegrini durante il Cammino o la sera una volta giunti a destinazione?

Siamo partite da Ponferrada, regione di Castilla e Leon, il 19 luglio per arrivare a Santiago de Compostela il 26 luglio, attraversando in otto giorni Villafranca del Bierzo, La Faba, Triacastela, Castromaior, Melide, A Brea, con una media giornaliera di quasi 28 km al giorno.

Tra La Faba e Triacastela si passa da O Cebreiro e subito dopo, a circa 9 km, il punto con maggiore altitudine, Alto do Poio, di fatto la porta della Galizia. La tappa più difficile è forse stata proprio questa, perché tutta in salita su pietraia e a seguire discese davvero pericolose. Ma per diversi motivi, non si può dire che ci sia un tratto più facile di altri, ciascuno comporta un livello di difficoltà, che ovviamente si misura sulla preparazione atletica del pellegrino.

Mentalmente e spiritualmente ho sentito una vera rinascita: nelle prime tappe mi sono concentrata sui pensieri più profondi che riguardano la mia esistenza, le mie relazioni sociali e familiari, il mio lavoro, che negli ultimi anni è stato fonte di ansia da prestazione continua. Avevo bisogno di staccare e di prendere le distanze dalla vita di tutti i giorni, capire se potevo ridurre all’essenziale la mia vita, oltre che lo zaino che gravava sulle mie spalle.

Non ho avuto nostalgia per nessun aspetto della mia vita che avevo lasciato a casa, il cammino ti mette in una dimensione fuori dal mondo materiale, nonostante gli aspetti pratici di cui ci si deve occupare; e non mi sono mai sentita sola, perché avevo tutti i miei cari con me, hanno camminato con me.

Successivamente i pensieri si sono come rarefatti, solo ciò che mi si presentava davanti agli occhi mi ricordava qualcosa che potevo associare alla mia vita passata e anche, soprattutto, futura. O almeno a me piace interpretare così i segnali che il paesaggio mi ha offerto.

Sul piano strettamente pratico, la segnaletica è chiara: basta seguire le conchiglie e la freccia gialla sui muri, le conchiglie di bronzo incastonate nei marciapiedi delle città più grandi, le pietre miliari che indicano la direzione e i chilometri che distano da Santiago. Questo mi ha consentito di camminare tranquilla per lunghi tratti anche da sola, così come hanno fatto le mie compagne: ciascuna aveva il proprio passo e le proprie esigenze di sosta, in questo ci siamo sentite libere di agire come preferivamo, mantenendoci sempre in contatto telefonico o con whatsapp, che è un mezzo che non mi piace utilizzare, ma che in alcuni casi si rivela utile.

Ho incontrato tanti pellegrini lungo la strada e la sera negli ostelli: con alcuni ci si ritrovava tappa dopo tappa, a seconda se il ritmo di marcia coincideva. E poi incontri importanti sono stati presso i monasteri francescani di O Cebreiro e di Santiago, dove ho conosciuto Suor Cinzia e Suor Sabrina, suore apostoline.

Ci racconti anche degli ultimi chilometri? Del crescendo di emozioni che ti hanno invaso fino al pianto liberatorio e la cerimonia solenne della sera riservata ai pellegrini arrivati a destinazione alla Chiesa di Santiago de Compostela?

È difficile spiegare, raccontare le emozioni.

Gli ultimi 5 chilometri prima di Santiago, sono stati molto emozionanti, ero profondamente commossa, felice per aver raggiunto la meta, in solitudine, tirando come una pazza, quasi senza soste, pur di arrivare al più presto. La stanchezza è arrivata tutta insieme alla fine, ma dovevo tenere duro e ho pianto di felicità, come credo di aver fatto solo quando sono nati i miei figli.

A Santiago, dopo aver ritirato la Compostela all’Oficina de Acogida al Peregrino, mi sono riunita a Daniela, una delle mie compagne, arrivata quasi un’ora prima di me: ci siamo abbracciate a lungo, piangendo di gioia insieme.

A Monte do Gozo mi avevano detto che oltre alla messa del pellegrino in Cattedrale alle 12, ci sarebbe stata un’altra funzione alle 19,30. Così, dopo aver raggiunto l’albergo, fatto una doccia rivitalizzante, curiosato nei dintorni della Cattedrale, alle 19 eravamo già tra i banchi della chiesa.

La cerimonia è stata anch’essa molto commovente, soprattutto quando alla fine è stato messo in funzione il botafumeiro, il grande turibolo che viene fatto ondeggiare tra le navate laterali: siamo state fortunate, non era affatto scontato che potessimo assistervi, perché l’oscillazione del botafumeiro è un rito che si riserva in occasione delle festività più importanti, oppure se qualche pellegrino generoso fa una grossa offerta (pare che i giapponesi in questo non si facciano pregare).

Il giorno dopo ho assistito alla messa in lingua italiana, nella cappella di san Francesco, all’interno della Cattedrale, tenuta da Padre Fabio, un prete di rara illuminazione che mi ha aperto il cuore, anche nella successiva mezz’ora di catechesi.

Altri momenti toccanti sono stati il raccoglimento sulla tomba di San Giacomo, dove ho lasciato la corona del Rosario che mi aveva fatto compagnia lungo il Cammino, e l’abrazo al Apóstol, un toccante rito giacobeo che consiste nell’abbracciare da dietro la statua dell’apostolo Giacomo, per pochi minuti, passando da una specie di ballatoio posto alle spalle dell’altare maggiore chiamato camarín del Apóstol.

Secondo te, è fattibile il Cammino che hai fatto tu per chi ha zero allenamento sulle gambe, salvo camminate in città, ma tanta motivazione? E se sì o comunque per quelli allenati fisicamente hai qualche consiglio particolare da dare?

Il Cammino è fattibile, a patto di non forzare sulle tappe, come abbiamo fatto noi, costrette a ridurre di un giorno un percorso che si fa normalmente in nove giorni. Si può diluire la strada da fare, magari andando in crescendo a seconda di come ci si sente. Il consiglio per tutti è di ascoltare i segnali che l’organismo ci dà, senza forzarlo a fare cose che non si sente di fare. E poi raccomando la cura di piedi e gambe: massaggio ai piedi, idratazione la sera all’arrivo e la mattina prima di ripartire, cambio di calze a metà percorso, in caso di tappe più lunghe.

Cos’è la Compostela?

La Compostela è un documento, consegnato dalle autorità ecclesiastiche, che certifica di aver completato almeno 100 chilometri a piedi o a cavallo (200 in bicicletta) del Cammino di Santiago: quindi a piedi basta partire da Sarria e raccogliere almeno due timbri al giorno. La Compostela è concessa a tutti i pellegrini che, esibendo la credenziale timbrata tappa per tappa, dimostrino il loro passaggio per i diversi luoghi di uno dei percorsi giacobei, che sia il francese, che poi è quello più battuto, oppure il primitivo, il Cammino del Nord, o il portoghese o l’inglese.

Ti ho seguita su Facebook e mi hanno colpito molto i tuoi pensieri sul “prendere le misure” e “trovare l’equilibrio”. Ti va di condividerle con i lettori di My day worth magari con qualche aggiunta non più a caldo ma a freddo queste intuizioni.

Come dicevo, i primi giorni di Cammino sono stati quelli durante i quali ho avuto modo di riflettere su alcuni aspetti della mia esistenza. Prendere le misure, nel senso di avere consapevolezza dei propri mezzi fisici e mentali e mettere delle distanze tra noi e ciò che non va bene nella nostra vita, mi sembravano i primi due obiettivi da raggiungere. Le idee si sono affacciate in modo quasi casuale, molto spesso suggerite da qualcosa che vedevo nel paesaggio e che mi colpiva in modo particolare: le associazioni mentali hanno fatto il resto, in modo naturale, senza che cercassi di deviare la mente su ciò che “volevo” pensare. Oggi mi sento più forte e determinata: aver temprato il fisico su uno sforzo al quale, nonostante io sia una persona che pratica sport regolarmente, non ero certo abituata, mi ha rinforzato nello spirito.

Cosa ti sei portata nel cuore dal Cammino fatto?

Questo cammino non nasceva con l’intento di fare un percorso religioso e spirituale, neanche prettamente sportivo (anche se la prestazione fisica mi interessava non poco), meno che mai turistico (non c’è tempo di fare il turista). Il desiderio nasceva dall’esigenza di voler cambiare qualcosa in me, arrivando sull’onda lunga di un atteggiamento nuovo che mi appartiene da mesi ormai. Strada facendo l’aspetto spirituale si è fatto avanti e nell’ultimo tratto anche quello religioso ha fatto la sua comparsa, regalandomi momenti ad alta intensità emotiva. Tutti queste prospettive, che si sono aggiunte via via, componendo un disegno del Cammino sempre più definito, hanno dato alla mia esperienza un valore incommensurabile, che farà per sempre parte di me. Oggi so chi e cosa è essenziale per me, e cosa e chi è decisamente inutile. Il Cammino non è solo quello che si percorre fisicamente arrivando a Santiago, ma è anche -e soprattutto anzi-, un cammino metaforico, quello che tutti facciamo nella vita.

Ti ho fatto tante domande ma se c’è qualcosa che vorresti dire e che non ti ho chiesto, ti lascio questo spazio per raccontarlo.

Come ho avuto modo di dire, intraprendere il Cammino di Santiago non è un atto eroico, gli eroismi sono ben altri, sono gli atti eccezionali che si compiono per gli altri. Perciò ho ringraziato tutti quelli che, sostenendomi su Facebook dove ho fatto un po’ di resoconto quasi giornaliero, e anche in privato con messaggi sul cellulare, mi dicevano che ero una “grande”, ma in realtà non mi sono sentita per nulla una “grande”, anche se comunque l’impresa sul piano fisico c’è stata (poteva andare male, per intendersi). Questo per dire che fare il Cammino è un’occasione, non un’impresa. È l’occasione per stare un po’ da soli con noi stessi, per pensare, riflettere, decidere anche. È l’opportunità di prendere le distanze dal modo frenetico in cui a volte siamo costretti a vivere. Soprattutto fare il Cammino è una grande gioia.
Grazie per l’attenzione che mi hai riservato, Amina.

Che altro dire? non ho mai pensato di fare un’esperienza del genere ma una certa voglia di farla mi è venuta dopo aver letto le risposte di Elena.

Auguo un buen camino a chi di voi si cimenterà nel Cammino di Santiago.

Se avete altre curiosità sul Cammino di Santiago chiedete pure nei commenti. Sono sicura che Elena risponderà con piacere.

Ciao!

Amina