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Come gestire la rabbia? Ispiriamoci a vicenda.

L’arte rivoluzionaria della Gioia. Il potere della gentilezza amorevole e il sentiero verso la libertà di Sharon SalzbergCari amici di My day worth,

con questo post oggi inauguro una nuova categoria del blog:  #ispiriamociavicenda

Ve lo avevo preannunciato nel post di ripresa, ricordate?

L’idea è di offrire uno spunto di crescita personale  e approfondirlo insieme a voi come più vi piacerà: nei commenti, nei social, per e-mail o a voce.

L’ispirazione di oggi riguarda la gestione della rabbia, espressa o repressa.

L’argomento mi sta particolarmente a cuore tanto che due anni fa ho partecipato ad un corso di meditazione Vipassana proprio per imparare a gestirla la rabbia non riuscendo ad eliminarla neanche quando con il dialogo interiore cercavo di ridimensionare il tutto, di individuare la causa che l’aveva scatenata, la responsabilità, la mia di responsabilità, chiedere scusa, talvolta perdonare, concedere fiducia a me stessa e agli altri e ricominciare.

Insomma, l’approccio era sbagliato e un po’ logorante mentalmente e fisicamente.

Quel corso, non lo dirò mai abbastanza, è diventato uno spartiacque tra un prima e un dopo nella mia vita.

Mi è stato utile per prendere consapevolezza di una ovvietà e cioè dell’impermanenza della realtà, della sua transitorietà, del legame tra sensazione e mente e di come trovare l’equilibrio attraverso la meditazione.

Oggi posso dire che funziona.

In questi giorni però si è aggiunto un altro tassello operativo alla meditazione Vipassana.

Vi spiego.

Nel libro mBraining Armonizzare i 3 cervelli di Grant Soosalu e Marvin Oka (libro che ho intercettato grazie all’efficace profilazione che Facebook ha fatto di me e dei miei interessi)  ad un certo punto, a proposito del cervello cardiaco e della sua più alta espressione si parla dell’amorevole gentilezza.

Incuriosita ho cercato su Google e mi sono imbattuta nel libro L’arte rivoluzionaria della Gioia. Il potere della gentilezza amorevole e il sentiero verso la libertà di Sharon Salzberg. L’autrice tra l’altro pratica da anni la meditazione Vipassana e questo è stato determinante per darle fiducia.

Nel capitolo Lavorare con la collera e l’avversione la Salsberg risponde alla domanda ‘come possiamo imparare a metterci in rapporto con la rabbia in modo da non esprimerci con atti ostili?’ e, aggiungo io, ‘atti ostili’ non vuol dire solo aggressione fisica ma anche verbale.

Ecco la sua risposta:

“Possiamo concentrare la nostra attenzione più sulla ‘sofferenza’ della situazione, sia la nostra sofferenza sia quella degli altri, piuttosto che sulla nostra ‘rabbia’. Possiamo chiederci con chi siamo realmente arrabbiati, e di solito lo siamo con la rabbia che è nell’altra persona. E’ quasi come se l’altro fosse uno strumento della rabbia, che si muove attraverso di lui e lo spinge ad agire in modi non appropriati. Non andiamo in collera guardando la bocca di qualcuno che ci grida contro; siamo arrabbiati con la rabbia che lo fa gridare. Se aggiungiamo rabbia alla rabbia, contribuiamo solo ad aumentarla. “

Con questo approccio mi sembra di aver fatto un passettino in più nella mia crescita personale.

Spostare l’attenzione sul dolore, sul malessere che la rabbia mi procurerà se la lascio a briglie sciolte o la reprimo mi permette come per magia, non appena la sento arrivare, di cambiare il mio dialogo interiore da giudicante a gentilmente amorevole, interessato a capire cosa mi sta succedendo, se il contesto è determinante, in che modo e divento più disponibile ad attivare la mia capacità di discernimento per trovare una soluzione creativa, ad essere felice insomma, invece che dare sfogo alla rabbia magari dicendo o facendo qualcosa che poi mi farà stare ancora peggio e innescherà il processo che ho descritto all’inizio.

La stessa cosa posso fare con l’altro quando mi si rivolge in maniera aggressiva anche solo verbalmente perché riconosco il dolore che c’è dietro a quella reazione, la conosco, l’ho provata anch’io, e so che io non sono definita dalla rabbia e neanche l’altro; quindi la mia tensione, anche proprio fisica, si allenta grazie all’amorevole gentilezza che mi fa rapportare all’altro in maniera diversa e magari anche a stemperare il suo animo perché comunque sia in comune abbiamo sicuramente una cosa: la ricerca della felicità.

Tutto questo ha un nome, certo; si chiama compassione.

E’ contorto secondo voi il discorso? Io ho scoperto che questo approccio nel mio quotidiano arriva in maniera più immediata rispetto all’osservazione delle sensazioni che mi suggerisce la meditazione Vipassana e quindi, come dire?, mi dà il tempo necessario per decidere la cosa migliore da fare invece di reagire in maniera istintiva, magari dopo aver fatto anche un bel respiro.

L’amorevole gentilezza fa stare proprio bene perché è volta a ‘ricordare alle cose la propria bellezza’.

Questo metodo, che è anche una meditazione e il libro ne indica le modalità, lo sto utilizzando anche per ristrutturare alcune situazioni del  mio passato in cui non mi sono piaciuta. Lo scopo è di lasciarle andare con serenità.

Cosa ne pensate?

Vi potrebbe interessare anche il post che ho scritto sul Corso di Meditazione Vipassana