Riflessione ad alta voce #1

Doris Salcedo: ShibbolethFoto presa da ArtsBlog.it

“Secondo la psicologia buddista nel profondo di noi giacciono i semi di tutti i sentimenti (rabbia, compassione, generosità, gioia, rancore, felicità, perdono etc) che ci sono stati trasmessi dai nostri genitori, dai nostri insegnanti, dai nostri patriarchi e che le esperienze e i comportamenti abituali annaffiano rafforzandoli e moltiplicandoli. Il praticante ha il compito di riconoscerli, di annaffiare consapevolmente i semi positivi, rafforzandoli, e di astenersi dall’innaffiare i semi negativi, rendendoli così più deboli e inoffensivi.”
Thich Nhat Hanh

Ecco, credo che chi pratica consapevolmente l‘irrigazione selettiva del seme della compassione nel proprio quotidiano si trovi ad avere il discernimento necessario ed utile in momenti tragici come il terremoto dello scorso ventiquattro agosto che ha distrutto interi paesi del Centro Italia.

È qualcosa su cui mi sono ritrovata a riflettere in questi giorni perché a giudicare dalle reazioni sui Social Network mi sembra che il sentimento/seme più ‘annaffiato’ quotidianamente sia invece quello della rabbia da come anche in occasioni straordinarie come questa del terremoto la si lasci andare a briglie sciolte anche solo con le parole generando un’aggressività indicibile.

Coltivare la compassione intesa come ascolto profondo del dolore dell’altro per alleviargli le sofferenze e non di pietismo se ci ripenso ci permette di aiutare l’altro concretamente, subito e individualmente.

La compassione non è qualcosa che si può imporre perché venga praticata. No.

Può essere il frutto di un percorso personale, di temperamento, di un’illuminazione sulla via di Damasco grazie all’esempio di altri.

E anche i comportamenti con cui uno decide di annaffiare il proprio seme della compassione non sono uguali per tutti.

Nello specifico del terremoto c’è chi lo esprime donando dei soldi, chi donando beni di prima necessità, chi recandosi in loco per prestare il proprio aiuto come volontario, chi accogliendo in casa propria chi è rimasto improvvisamente senza tetto.

Si cerca di immedesimarsi in ciò di cui l’altro può aver bisogno e, per chi ha possibilità di un contatto diretto, di venirne a conoscenza direttamente dall’interessato di ciò di cui ha bisogno.

Anche questo è ascolto profondo del dolore dell’altro.

Ognuno secondo le proprie possibilità economiche e di sensibilità; senza curarsi del giudizio altrui.

Individualmente, sì; perché, come diceva continuamente il maestro di meditazione Vipassana S. N. Goenka “stante la sofferenza, la guerra e i conflitti che ci circondano non c’è alcuna garanzia che nel mondo possa regnare la pace; ma nella misura in cui ciascuno di noi si preoccupa di realizzare la propria di pace sta già contribuendo alla pace nel mondo.”

Il mio innato individualismo e l’autonomia da me tenacemente voluta e ottenuta trovano conforto in queste parole. Pensare di potermi prendere carico di tutti i mali del mondo per me sarebbe devastante al solo pensiero e non farebbe che immobilizzarmi per l’impossibilità dell’impresa.

Per quanto sia evidente che tutto sorge e passa perché tutto è impermanente è anche vero che i ricordi materiali contribuiscono ad annaffiare quei semi positivi che sono in noi come ad esempio il seme della felicità. Perderli all’improvviso spiazza e non poco; può portare ad un tunnel di disperazione e depressione senza sfondo.

Perdere le persone care, gli amici, colleghi, conoscenti è doloroso e inaccettabile per chi pensa almeno una volta al giorno alla morte figuriamoci per chi vive come se non dovesse morire mai.

Non possiamo aspettarci da chi ha subito una simile disgrazia, in questo caso i terremotati, che nell’immediato riescano ad osservare con equanimità e distacco quanto è loro accaduto.

Credo che occorra un allenamento quotidiano al distacco per affrontare queste tragedie con equanimità e se ai terremotati bisogna prima di tutto permettergli di piangere il loro dolore a noi che non siamo coinvolti in prima persona torna utile questo distacco perché ci dà la lucidità necessaria per agire nel migliore dei modi.

Come si può allenare questa capacità di distacco in tempo di ‘pace individuale’? ad esempio attraverso la meditazione quotidiana.

Ne sto facendo esperienza in prima persona e, credetemi, riguardo al terremoto mi sono ritrovata nella condizione di riuscire a discernere sul da farsi non cedendo ai condizionamenti di chi si ostina ad annaffiare il sentimento/seme di rabbia anche durante simili tragedie.

Dopo lo shock iniziale mi sono chiesta di cosa potrei aver bisogno io se nell’immediato non avessi più accesso alla mia casa e alle mie cose. La risposta è stata: materiale per l’igiene personale. Ho quindi indirizzato la mia ricerca in questo senso. Non è stato possibile perché la Protezione Civile aveva già diffuso un Alt per limite di materiale raggiunto spronando le persone a donare soldi. Mi sono messa quindi a cercare tramite chi farlo e ho quindi fatto una donazione secondo le mie possibilità.

La diffidenza generata dalla gestione delle tragedie passate si fa sentire, non posso negarlo; ma non ci si può far condizionare da essa. Anche in questo caso la facoltà del discernimento va attivata.

Annaffiamo i semi positivi che abbiamo dentro di noi, prima di tutto individualmente, così diventeremo capaci anche di annaffiare quelli degli altri che sembrano più impegnati ad annaffiare quelli negativi.

Palio di Siena 16 agosto 2016: #harivintolalupa

Palio di Siena 16 agosto 2016: #harivintolalupa

I gemellini.
Non capitava un cappotto da 19 anni; non è mai capitato in questo secolo; dal 1933 non capita un cappotto con lo stesso cavallo e lo stesso fantino; l’ultima volta alla Lupa nel 1789 (in realtà 1785). È un evento che si è ripetuto sole 17 volte negli ultimi 500 anni.
GIUSTO PER CAPIRE DI CHE SI STA PARLANDO
Massimiliano Tonelli

Cappotto, si chiama ‘cappotto’ l’eventualità cui ho accennato in chiusura del precedente post Ferragosto a Siena: giorno di vigilia; il deja vu che mi auguravo di vivere.

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